Ue vuole un salario minimo europeo, è fattibile?

21 Ottobre 2016, di Daniele Chicca

Un recente rapporto della Commissione degli Affari europei dell’Assemblea nazionale francese, reso noto al governo mercoledì scorso, chiede l’introduzione di un salario minimo unico europeo. Lo stipendio di base, che esiste già in diversi Stati membri del blocco, sarebbe quindi uniformato attraverso un percorso di convergenza graduale, per arrivare a un’unica struttura normativa in modo da non mettere in concorrenza il mercato del lavoro dei paesi del blocco.

L’idea e le intenzioni dei tecnocratici europei in questo senso sono buone, ma il progetto è una chimera difficilmente realizzabile. Il perché è presto spiegato: molto banalmente l’Europa unita e la globalizzazione sono pensate per fare arricchire le multinazionali e il Pil nazionale, non per risolvere il problema della povertà. Le lobby aziendali difficilmente accetteranno che la proposta di un salario minimo unico veda la luce in Europa.

L’altro motivo della impossibilità di vedere la nascita di un salario minimo uniforme è di ordine più tecnico e meno teorico: tutti i grandi equilibri economici e sociali di ogni singolo paese sarebbero messi in crisi da una simile misura. Lo stesso rapporto della Commissione europea non è chiaro su come dovrebbe avvenire questa manovra: “l’attuale mancanza di una convergenza sociale in Europa e la forte disparità di salari non ci permettono di mettere in atto un salario minimo unico su scala europea in Ue”.

In Francia il rapporto sarà presentato ufficialmente dal deputato francese del partito Socialista Philip Cordery alla ministro del Lavoro, Myriam El Khomri, e al segretaario di stato degli Affari europei, Harlem Désir. I media francesi che hanno potuto consultare il dossier, riferiscono di un meccanismo di salario minimo che verrebbe introdotto con una “convergenza graduale tra i paesi, che non destabilizzi i mercati ma che metta in vigore i livellamenti necessari dei salari su un arco a medio termine”.

L’Ue è formata da 28 paesi, ciascuno con un suo sistema differente e anche se una certa convergenza su alcuni temi è già riuscita in passato, sul salario minimo difficilmente le autorità riusciranno – o avranno la leva politica e sociale – per trovare la quadra.

Per capire bene le disparità da colmare tra un paese e l’altro dell’Unione Europea, basti pensare solo in termini di esborso economico per le casse statali e grandezza dell’aiuto sociale: si passa dai 1.458 euro di salario minimo in Francia ai 184 euro della Bulgaria. In pratica con il salario minimo francese si possono pagare otto bulgari.

A parte il caso estremo della Bulgaria, ci sono anche altre nazioni più potenti dal punto di vista economico, come la Spagna e la Polonia, che hanno salari di appena 800 e 500 euro. Per questi paesi salire sugli stessi livelli della Francia sul fronte del salario minimo vorrebbe dire mettere in discussione l’intero modello economico e di bilancio nazionale. Se mai ci sarà una proposta concreta sul salario minimo, potrebbe insomma solo avvenire passando per una trattativa al ribasso.

In Francia nessuno accetterà mai un salario minimo più basso di 500 euro. Senza un lavoro e senza fare nulla nel paese si prendono automaticamente 490 euro di RSA (il contributo minimo sociale) al mese, una somma pari a tre salari minimi in Bulgaria. O si eliminano anche i contributi minimi sociali o non si troverà mai un livello di salario minimo che vada bene a paesi con strutture economiche e società così diverse.

E solo Germania, Francia, Lussemburgo e Olanda potrebbero permettersi di finanziare un salario minimo più alto dei 500 euro al mese. Se ipoteticamente si trova invece un accordo su quella cifra (molto bassa), sono Berlino e Parigi che rischiano di subirne le conseguenze: se la Francia da domani si ritrovasse con un salario minimo di qualche centinaio di euro soltanto, le imposte sul reddito sarebbero gravemente ridimensionate e scoppierebbe con ogni probabilità una rivoluzione civile.