Trump prende tempo su Powell ma prepara il terreno: ecco i nomi in corsa per la guida della Fed
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Donald Trump ha deciso, per ora, di non licenziare Jerome Powell, ma la sua crociata contro il presidente della Federal Reserve è tutt’altro che conclusa. A margine di un incontro alla Casa Bianca, il presidente ha ribadito il suo malcontento:
“Powell sta facendo un pessimo lavoro”, ha dichiarato. Eppure, ha aggiunto, “non è detto che lo mandi via subito”, lasciando comunque intendere che tutto resta sul tavolo.
Dietro le tensioni tra Trump e Powell ci sono divergenze profonde sulla politica monetaria a stelle e strisce, ma anche questioni più prosaiche, come i costi di ristrutturazione degli uffici centrali della Fed. Powell, nominato dallo stesso Trump nel 2017, ha più volte ribadito che non lascerà l’incarico volontariamente prima della scadenza del mandato, prevista per maggio 2026.
Chi prenderà il posto di Powell, i nomi dei candidati
A rendere concreta l’ipotesi di un cambio al vertice è l’apertura formale del processo di selezione di un successore, confermata dal Segretario al Tesoro Scott Bessent.
“Sarà una decisione del presidente, e si muoverà ai suoi tempi”, ha dichiarato Bessent, negando però ogni ambizione personale per il ruolo. “Ho già il miglior lavoro di Washington”, ha affermato in un’intervista televisiva.
Nel frattempo, la rosa dei potenziali successori si restringe. Tre i nomi più citati. A partire da Kevin Hassett, attuale direttore del Consiglio economico nazionale e volto storico del trumpismo economico, gode della stima personale del presidente. Christopher Waller, membro del Board della Fed, è visto come un profilo più tecnico ma aperto a una linea più accomodante sui tassi d’interesse, in linea con le pressioni dell’attuale amministrazione.
Infine, Kevin Warsh, ex governatore della Fed e già vicino alla nomina nel 2018, ha rilanciato la necessità di un cambio radicale di approccio nella banca centrale, avallando le critiche di Trump e chiedendo una vera e propria “regime change”.
Lo scontro Trump-Powell
Il dissenso tra Donald Trump e Jerome Powell ha radici profonde e si è articolato in una serie di scontri pubblici verificatisi sin dal primo mandato del tycoon .
Il primo grande strappo si consumò nel 2018, quando la Fed alzò i tassi d’interesse in un momento in cui la Casa Bianca chiedeva misure espansive per sostenere la crescita. Trump, rompendo con la prassi presidenziale di non interferenza, attaccò Powell via Twitter, accusandolo di “soffocare l’economia”.
La tensione salì ulteriormente nel 2019, durante la guerra commerciale con la Cina, quando Trump pretendeva tagli più aggressivi dei tassi per sostenere i mercati, mentre Powell manteneva una linea più prudente. Nel corso della pandemia, i due trovarono una tregua tattica, grazie all’intervento straordinario della Fed per evitare il collasso del sistema finanziario.
Ma con il ritorno di Trump alla Casa Bianca nel 2024, le frizioni sono riesplose: al centro dello scontro, le resistenze di Powell a tagliare i tassi nonostante le pressioni politiche, e le critiche di Trump sulla gestione delle spese interne alla banca centrale. Il rapporto, mai ricucito, è ora arrivato al capolinea, in un clima di aperta ostilità.