Terza età: paure e vulnerabilità

19 Dicembre 2019, di Redazione Wall Street Italia

di Paolo Legrenzi

In Italia il “grande divario”. (Lo scarto tra pericoloso e pauroso) fa impressione. L’evoluzione ci ha reso meno attenti a ciò che ha effetti a lungo termine

All’inizio del mese di novembre ho pubblicato un libro sulla vulnerabilità e sulle paure, non solo quelle concernenti i risparmi e gli investimenti, bensì quelle che si intrecciano con la logica della vita. La copertina del libro mostra una sorta di meteorite che, all’improvviso, giunge violento da un punto imprecisato del cielo e infrange una vetrata. L’immagine della copertina è molto adatta perché, fino alla nascita dell’astronomia moderna, erano proprio i fenomeni celesti – meteoriti, comete, eclissi, arcobaleni – a essere interpretati come segnali divini. Siccome erano improvvisi, inaspettati e paurosi, gli uomini di Chiesa, durante il Medio Evo, incanalavano e controllavano l’ansia dei Cristiani dicendo che si trattava di ammonimenti divini. Invitavano così i fedeli a comportarsi meglio in futuro. In questo modo l’ansia diffusa era convertita in ordine sociale e in timore di punizioni divine. Ancora oggi sono gli eventi che non ci aspettiamo e che ci fanno paura quelli che ci inquietano di più.

Non è cambiato molto…

La presenza di paure irrazionali e infondate – come quelle in passato scatenate da eventi naturali di cui ignoravamo la vera origine – avrebbe in teoria dovuto ridursi via via che riuscivamo a misurare quanto fossero oggettivamente pericolosi questi eventi. Stimare la pericolosità di un singolo evento divenne possibile quando il merciaio londinese John Graunt, nel 1662, mostrò come convertire la vulnerabilità di un’intera popolazione nella probabilità che fosse colpito un singolo membro di quella popolazione. Graunt poteva fare il calcolo avendo a disposizione una tabella di frequenza (come quella disponibile a Londra per le malattie e le morti all’inizio del Seicento). Si sarebbe potuto supporre che, avendo a disposizione questi dati, le persone iniziassero a preoccuparsi della loro vulnerabilità ai pericoli veri e non a quelli immaginari.

Così non avvenne. Negli ultimi decenni quello che chiamo il “grande divario”, cioè lo scarto tra pericoloso e pauroso, è diventato impressionante. In linea generale, l’architettura del cervello è stata costruita per preoccuparsi di eventi improvvisi e che avvengono sui tempi brevi. L’evoluzione ci ha reso meno attenti alle tendenze che hanno effetti a lungo termine, come il cambiamento climatico e il debito pubblico. Questo non avviene per tutti, ovviamente. I più preparati sfruttano le paure altrui, per esempio in campo finanziario, e detengono investimenti nelle borse, come quella Usa, considerate spesso pericolose anche se, sui tempi medi e lunghi, sono l’investimento più tranquillo e redditizio (il cosiddetto “premio al rischio” è appunto una misura indiretta della paura).

Dove gli italiani sbagliano

Per citare quella che sembra una boutade di Marco Lo Conte (Plus, 9 novembre 2019), e che invece è un’amara realtà, ecco l’attacco del pezzo dal titolo “Perché la gente preferisce perdere denaro”:

“Contrariamente all’opinione corrente, l’obiettivo che si pone chi compie una scelta finanziaria non è guadagnare ma essere soddisfatto e stare tranquillo, anche se ciò comporta perdere denaro…”.

Facile ricordare, per quanto concerne il risparmio italiano, quattro dati che corroborano questa ipotesi:

  1. troppi immobili;
  2. troppa liquidità;
  3. troppo reddito fisso;
  4. troppi euro.

Insomma: una diversificazione errata e sbilanciata verso ciò che offre tranquillità d’animo.

Occhi rivolti al passato

Vorrei qui discutere un altro aspetto della tendenza a non preoccuparsi di quello che succede sui tempi lunghi, tendenza preoccupante se riguarda ciò che è oggettivamente pericoloso, soprattutto quando questo pericolo fino a poco tempo fa non c’era. Mi riferisco qui alla terza e quarta età, quando siamo andati in pensione e la nostra vulnerabilità alle malattie cresce. Dato che per i noti motivi il welfare state si sta rapidamente ritirando dalla vita degli italiani, è pericolosa la tendenza a non assicurarsi. Quanto più la pensione pubblica coprirà sempre meno il livello del tenore di vita di quando lavoravamo, tanto più sarebbe indispensabile prepararsi a investire bene i propri risparmi.

Questo non avviene, perché le persone vanno verso il futuro come l’Angelo della Storia di Walter Benjamin (1892-1940), con gli occhi cioè rivolti al loro passato. E se il passato non segnala pericoli, allora non ci sentiamo vulnerabili. Purtroppo il sistema delle pensioni italiane non è oggi tra i migliori a livello mondiale. Il nostro sistema pensionistico perde rapidamente posizioni: la prospettiva non è più rosea e neppure rosa pallido. Diversi studi, come quello sull’andamento del differenziale tra T-bills a 3 mesi e T-bond a 10 anni a confronto dell’andamento dell’S&P500 – a favore di Wall Street -, sottolineano che l’importanza di detenere azioni, soprattutto Usa, vale ormai da un decennio; il fatto che meno dell’1% delle famiglie italiane ne abbia goduto testimonia la pigrizia e la ricerca di tranquillità di cui ci parla Marco Lo Conte.

Anche in Paesi più preparati, come gli Usa, piove sul bagnato. Uno studio della Federal Reserve sulla quantità di titoli Usa detenuta dall’1% più ricco rispetto ai gruppi di persone suddivisi per ricchezza decrescente, evidenzia che la tendenza a detenere azioni cresce in proporzione via via che le persone diventano più ricche. Le persone più ricche hanno dedicato più risorse mentali al loro benessere e investono meglio i risparmi o viceversa? La correlazione è evidente, la causalità no.

Paolo Legrenzi è professore emerito di psicologia all’Università Ca’ Foscari di Venezia

L’articolo integrale è stato pubblicato sul numero di dicembre del magazine Wall Street Italia.