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Tassi: Fed ostaggio dei dazi. Powell: “senza tariffe avremmo già tagliato”

Non è un attacco frontale a Donald Trump, ma il messaggio arriva forte e chiaro: Jerome Powell, presidente della Federal Reserve, ha confermato durante il forum delle banche centrali a Sintra, in Portogallo, che la banca centrale statunitense sarebbe già intervenuta con un taglio dei tassi d’interesse, se non fosse stato per l’ondata inflazionistica innescata dalle nuove tariffe sull’import annunciate dal presidente Usa.

“Credo sia corretto dire che avremmo già agito se non fosse stato per i dazi,” ha affermato Powell, spiegando che l’istituto ha preferito attendere per “valutare meglio gli effetti” delle misure protezionistiche.

In sostanza, la Fed ha messo in pausa la sua politica di allentamento monetario proprio in concomitanza con l’aumento dei rischi legati al commercio globale.

Tassi fermi, inflazione ancora sopra il target

La Fed ha mantenuto il costo del denaro nella forchetta 4,25%-4,50% da dicembre 2024, con Powell che continua a ribadire la necessità di attendere l’evoluzione dei dati economici. Il target d’inflazione resta al 2%, ma le letture recenti rimangono superiori per il quarto anno consecutivo.

“Finché l’economia statunitense resta in buona salute, la cosa prudente da fare è aspettare e imparare dagli effetti delle misure tariffarie”, ha aggiunto Powell, sottolineando che “non escludiamo alcuna riunione futura, ma tutto dipenderà dai dati”.

Un orientamento che non va giù al presidente Donald Trump, che ha fatto della leva tariffaria uno strumento centrale della sua politica economica e commerciale, e che in più occasioni ha criticato pubblicamente Powell, definendolo “un perdente”. Solo pochi giorni fa, Trump ha inviato una lettera scritta a mano al governatore, sottolineando come molte altre banche centrali abbiano già tagliato i tassi.

La Fed, dal canto suo, ha resistito alle pressioni politiche, riaffermando l’indipendenza della politica monetaria. Powell ha incassato l’applauso del pubblico e dei colleghi governatori presenti a Sintra, dichiarando che “alla Fed siamo concentrati al 100% sulla stabilità dei prezzi e sull’occupazione”.

Mercati e scommesse sui tagli

Dopo le parole di Powell, i mercati hanno leggermente aumentato le probabilità di un taglio già nella riunione del 29-30 luglio. Secondo il CME FedWatch Tool, la probabilità di un taglio a luglio è salita a circa il 25% (da meno del 20% pre-intervento), mentre un taglio a settembre è ormai considerato quasi certo. Il mercato prezza attualmente due tagli entro la fine del 2025.
Gli occhi ora sono puntati sul report occupazionale di giovedì e sui nuovi dati sull’inflazione attesi tra due settimane.

“Stiamo andando riunione per riunione”, ha detto Powell, “e tutto dipenderà da come evolveranno i dati”.

Tuttavia, la volatilità e l’incertezza politica continuano a pesare sul sentiment degli investitori e sulla pianificazione delle imprese.

“L’unica cosa che vogliamo – e che chiunque alla Fed desidera – è consegnare un’economia stabile, con occupazione piena e inflazione sotto controllo”, ha spiegato Powell. “Ciò che mi tiene sveglio la notte è: come possiamo arrivarci?”

Futuro incerto per la guida della Fed

Nel frattempo, Powell ha rifiutato di commentare la possibilità di un rinnovo del mandato come presidente della Fed, in scadenza nel 2026. Resterà comunque membro del Board of Governors fino al 2028. Nonostante gli attacchi personali, ha sottolineato l’importanza della neutralità politica nella conduzione della politica monetaria:

“Non prendiamo posizione. Non giochiamo una parte contro l’altra”.

Nel contesto attuale, la Fed si trova davanti a un compito particolarmente delicato: evitare una stagflazione latente, con un equilibrio precario tra pressioni inflazionistiche e rischi di deterioramento del mercato del lavoro. I dati attuali indicano un’economia ancora resiliente, con una crescita solida e un tasso di disoccupazione ai minimi storici.

La data da cerchiare in rosso resta il 9 luglio: termine ultimo per l’imposizione di nuovi dazi a livello globale. Solo dopo quella scadenza la Fed potrebbe avere il quadro necessario per decidere se – e quando – agire.

La BCE prende fiato, ma osserva Trump

Se per la Fed l’incertezza regna sovrana, il contesto per la Banca Centrale Europea appare temporaneamente più agevole. Dopo un ciclo di riduzioni dei tassi che ha portato il costo del denaro vicino al 2%, e con l’inflazione di giugno tornata perfettamente all’obiettivo del 2%, Christine Lagarde ha potuto permettersi toni più cauti: “Non possiamo dire che la missione sia compiuta, ma il target è stato centrato.”

Tuttavia, anche in Europa aleggia la minaccia delle tariffe americane, in un negoziato che coinvolge anche le regole europee sulle Big Tech e che potrebbe degenerare. L’ipotesi di nuovi dazi statunitensi preoccupa Francoforte, che potrebbe dover rivedere la traiettoria dei tassi già da settembre in caso di tensioni commerciali prolungate.

Euro forte, export debole

Un altro tema emerso con forza a Sintra è l’apprezzamento dell’euro rispetto al dollaro, con il cambio tornato sopra quota 1,18. Un livello che, secondo il vicepresidente della BCE Luis de Guindos, resta gestibile, ma solo fino a 1,20. Oltre, i rischi per l’export dell’area euro diventano significativi, specie se combinati con eventuali dazi del 10% come quelli ipotizzati da Trump.
Il governatore lettone Martins Kazaks ha aggiunto che un euro così forte, unito a nuove tariffe, potrebbe incidere pesantemente sulla competitività europea e rallentare la disinflazione interna.

Lagarde non si è sbilanciata sulle prossime mosse della BCE, confermando l’approccio “data-dependent”, ma ha colto l’occasione per indicare un possibile cambiamento epocale:

“Il 2025 potrebbe essere l’anno in cui la centralità del dollaro nel sistema monetario globale inizia a declinare.”

Un’affermazione pesante, alla luce del crollo del 10% del Dollar Index nei primi sei mesi dell’anno, il peggior semestre dal 1973. Secondo la presidente della BCE, l’Europa deve farsi trovare pronta, puntando su riforme strutturali, una maggiore unione dei mercati dei capitali e il lancio dell’euro digitale, contrapposto alle stablecoin promosse da Trump, che Lagarde ha bocciato come una pericolosa “privatizzazione della moneta.”