Studio: alcolismo e depressione, l’austerity fa male alla salute

2 Aprile 2013, di Redazione Wall Street Italia

ROMA (WSI) – L’austerità fa male alla salute. Il sospetto c’era, ma la conferma arriva da una delle più autorevoli riviste mediche al mondo, The Lancet, che ha paragonato gli effetti delle misure per raddrizzare i conti adottate negli ultimi cinque anni in Paesi come la Grecia, il Portogallo e la Spagna, e il rifiuto di adottare tagli al settore pubblico deciso al contrario dall’Islanda dopo la bancarotta del 2008.

La conclusione dell’articolo intitolato “Crisi finanziaria, austerità e salute in Europa” è che è pericoloso tagliare il welfare e la sanità per correggere le finanze pubbliche, soprattutto in periodi di recessione. Non solo perché si rischia di aggravare la contrazione dell’economia caricando i costi sanitari sulle famiglie, ma anche perché si fanno salire vertiginosamente i tassi di suicidi, di alcolismo, di depressione e di malattie mentali.

Inoltre perché a causa dei tagli alle spese per la prevenzione, esplodono i casi di infezioni come l’Aids. Infine, perché si impennano i decessi legati a condizioni di impoverimento come «le morti invernali», provocate tra gli anziani che non riescono a riscaldarsi a sufficienza. Dinamiche che si sono registrate con intensità diversa in Grecia, Portogallo e Spagna. Non in Islanda.

Esistono, magrissima consolazione, anche effetti positivi dell’austerità, come un calo degli incidenti stradali, dovuto ovviamente al fatto che chi tira la cinghia lascia più spesso l’auto a casa.

O il fatto che avendo più tempo i disoccupati dormano di più o vadano più spesso in palestra e restino più sani. O che i risparmi sui beni alimentari, registrati un po’ ovunque nei Paesi periferici, Italia inclusa, costringano ad una dieta più salutare perché più magra e meno alcolica.

Ma sono miglioramenti statistici che raccontano comunque un deterioramento esistenziale agghiacciante. E che sono ampiamente compensati dagli effetti negativi dell’austerity.

La tesi dell’articolo è anche che gli effetti delle crisi economiche come quella attuale possono essere mitigati da una protezione sociale forte. Il combinato disposto mortale è invece quello di tagliare il welfare e le spese sanitarie per aggiustare i conti proprio mentre si attraversa una recessione: esattamente quello che è accaduto in alcuni Paesi dell’eurozona in questi ultimi cinque anni. E la rivista britannica cita anche due esempi storici e uno attuale per dimostrare questa tesi.

Anzitutto, sostiene l’articolo, «l’incremento della disoccupazione dell’1% è associato a aumenti di suicidi e omicidi e a cali di incidenti stradali»; se la disoccupazione si impenna addirittura di 3 punti, come accaduto in molti Paesi tra cui l’Italia, si osserva «un incremento di morti legate all’alcolismo». Tra i disoccupati il tasso di malattie mentali è doppio (34%) rispetto a quello registrato tra chi lavora.

Tuttavia, osservando la Finlandia e la Svezia degli anni ’90, quando i due paesi attraversarono una crisi economica e tassi di disoccupazione alti, la rivista scientifica sostiene che la forte tutela pubblica nel welfare e nella sanità ha scongiurato effetti sulla salute dei cittadini. E i casi di disordini mentali tra i disoccupati è più basso, tra i disoccupati di questi Paesi e quelli in cui la protezione sociale è più bassa.

Uno studio sui Paesi Ocse che ha preso in esame 25 anni di spesa sociale citato dal Lancet dimostra in particolare che 100 dollari di aumento di spesa pubblica per persona «sono associati con un calo dell’1,19% di mortalità», mentre gli Stati che spendono meno di 70 dollari subiscono, «nel caso di un peggioramento dell’economia, un incremento dei tassi di suicidi».

In Finlandia e Svezia, dove negli anni ’90 si spesero almeno 300 dollari a persona, gli effetti della crisi sulla salute dei cittadini furono trascurabili.

In Islanda, infine, Paese extra euro fallito a causa della crisi bancaria che soffre ancora il blocco dei capitali e le conseguenze dei default a catena anche di imprese e famiglie del 2008, il rifiuto di adottare l’austerità e il sistema sociale “scandinavo”, cioè fortemente protettivo, hanno garantito una buona salute ai cittadini.

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