Spread: nuovo sorpasso della Spagna sull’Italia. Di chi è la colpa?

12 Settembre 2013, di Redazione Wall Street Italia

MILANO (ADVISE ONLY) – Et voilà, ecco il sorpasso: lo spread della Spagna è più basso di quello italiano (al momento della redazione di questo post siamo a 248 vs 255). Nel linguaggio dei mercati finanziari significa che il mondo si fida più della Spagna che di noi. E non è la prima volta: era già accaduto nel primo trimestre del 2012.

Lasciamo da parte le dichiarazioni da orgoglio patrio ferito dei media (“Gli investitori preferiscono i Bonos iberici ai nostri BTP!”) e analizziamo con calma la dinamica degli spread dei titoli decennali dell’eurozona nell’ultimo anno (il periodo successivo al “Whatever it takes” di Mario Draghi) per avere un quadro della situazione.

Il grafico che proponiamo mostra gli spread di alcuni Paesi EU “normalizzati” (questo vuol dire che lo spread di ciascun Paese è posto uguale a 100 a inizio settembre 2012, l’obiettivo è capire quanto sia cresciuto rispetto a se stesso). Vediamo che cosa è cambiato.

Spread dei vari paesi europei (valori normalizzati, valore 11 settembre 2012 = 100)

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Pazzesco come a volte basti un semplice grafico da corso di statistica elementare per vedere le cose con maggior chiarezza: tutti gli spread dei Paesi “Periferici” sono scesi e anche vistosamente.

In primis lo spread della Grecia, ma anche quello di Spagna, Italia e Portogallo (non rappresentato nel grafico). È invece cresciuto lo spread dell’Olanda, le cui condizioni economiche si deteriorano sempre di più e, per motivi analoghi, ha sofferto anche un po’ quello francese. Certo, si nota una divergenza nelle ultime settimane tra lo spread della Spagna e quello dell’Italia.

Prima considerazione: la differenza tra lo spread italiano e quello spagnolo è piccola. Il sospetto è che si tratti di quello che in statistica-fisica si classifica come “rumore”. Viene comunque da chiedersi se questo differenziale sia giustificato oppure no.

Analizziamo più in profondità. Non è una novità che l’Italia abbia un rapporto debito/PIL più elevato della Spagna. Quindi, con l’aumento generalizzato dei rendimenti obbligazionari che si prospetta a causa del “Tapering“, l’Italia pagherà un conto più salato in termini di spesa per interessi. Non dimentichiamo, però, che la Spagna ha una pessima situazione bancaria (peggiore di quella italiana), un mercato immobiliare sofferente e una disoccupazione elevatissima (26,3% in luglio, contro il 12% dell’Italia).

La differenza più critica è che noi viviamo in un Paese nel quale la sconsideratezza politica ha raggiunto livelli inimmaginabili. I dati relativi alla crescita economica sono lugubri: l’Istat ha appena rivisto al ribasso le stime di crescita per il 2013 (-2,1% su base annua) e la produzione industriale continua a crollare (-3,6% negli ultimi tre mesi). In questo scenario difficile, cosa fa la politica in Italia? Perde tempo su questioni irrilevanti come l’IMU, quando invece servono decisioni strategiche e strutturali. La politica spagnola, pur non scevra da problemi, mostra un maggior attaccamento alla realtà: insomma, loro fanno qualcosa.

Un punto ancora merita attenzione: il rischio downgrade. Il nostro rating (puoi conoscere il rating dei vari Paesi del mondo nella sezione “Mappamondo finanziario“) nel tempo è scivolato sempre più in basso. E negli ultimi anni le agenzie di rating hanno mostrato la tendenza a seguire il mercato, rappresentato soprattutto da rendimenti obbligazionari, spread e CDS. Personalmente ho una bassissima opinione delle agenzie di rating ma, qualora le loro valutazioni ci portassero ad un livello di rating “spazzatura” (“High Yield”), i titoli italiani non avrebbero più posto nei portafogli di molti investitori istituzionali, costringendoli a vendere e innescando una spirale letale.

Tuttavia le quotazioni dei CDS sono stabili, inferiori alla media mobile a 12 mesi (si veda il grafico), sicché il rischio sembra per ora remoto.

Il rischio-Italia secondo il mercato dei CDS

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Resta il fatto che il segnale minaccioso del mercato esiste e si vede: c’è sempre meno spazio per questi balletti politici (che ormai assomigliano sempre più a una deliranza), fatti di IMU, accise e continue minacce di crollo del Governo.

Tempus fugit.