Smart working: lavorare da casa ha aumentato il disagio mentale

5 Luglio 2021, di Alberto Battaglia

La “nuova normalità” portata dallo smart working forzato ha avuto ripercussioni negative sul benessere mentale dei lavoratori a distanza, in particolare per quelli che vivono da soli.
Lo ha rilevato una nuova indagine condotta nel Regno Unito da NatCen Social Research, che ha raggiunto 8675 persone già intervistate prima della pandemia e nuovamente interpellate nel maggio, luglio e novembre 2020.

“Quando si controllano le caratteristiche demografiche, le circostanze finanziarie e la solitudine delle persone, si scopre che i cambiamenti nel disagio mentale sono stati significativamente più alti per coloro che hanno lavorato da casa, indipendentemente dalle loro condizioni di vita a maggio, luglio e novembre 2020”, afferma NatCen.

Premesso questo, è emerso che i lavoratori per i quali non era possibile lavorare da remoto presentano difficoltà economiche con maggior frequenza, mentre l’isolamento sociale era più sentito tra le persone che vivevano da sole, indipendentemente dalla loro organizzazione lavorativa. “Ciò suggerisce che ci sono diversi percorsi attraverso i quali la salute mentale della popolazione è stata colpita durante la pandemia e non esiste un unico rimedio per affrontare questi problemi”, hanno affermato gli autori della ricerca.

Smart working, le evidenze sul disagio mentale

Nella figura in basso è possibile osservare la crescita nel “punteggio sul disagio mentale” riportato dagli intervistati a partire dal maggio 2020, in concomitanza con il lockdown britannico. La linea gialla in alto appartiene ai lavoratori da remoto che vivono da soli, che per tutti periodi presi in esame risultano i più esposti a queste forme di disagio.
Mentre nel luglio 2020 si è sperimentato un netto calo per tutti i lavoratori, compresi quelli in smart working non soli in casa (in rosa chiaro), i dipendenti a distanza senza conviventi si sono mantenuti a livelli di “malessere” significativamente più elevati rispetto all’inizio della pandemia. Nel novembre 2020, tuttavia, i lavoratori che hanno riportato il maggiore disagio sono stati quelli “in presenza” non-single. Inoltre gli smart worker conviventi con altre persone hanno riportato un maggiore disagio nel secondo lockdown rispetto al primo, mentre per le controparti single è stato l’opposto.

 

Le implicazioni per il futuro dello smart working

Lo smart working, che potrebbe essere abbracciato stabilmente in vari settori anche dopo la fine della pandemia, potrebbe richiedere uno studio approfondito sulle conseguenze prodotte sul benessere del lavoratore, afferma NatCen: “Lavoratori, i datori di lavoro e le istituzioni devono comprendere meglio le implicazioni a lungo termine sul benessere del lavoro da casa quando progettano nuovi modi di lavorare”.

“L’aspetto sociale del lavoro è probabilmente un beneficio importante per alcuni lavoratori, in particolare quelli che sperimentano un maggiore isolamento a causa della vita da soli”, hanno concluso gli autori, per i quali è importante chiarire implicazioni pratiche come l’ambiente di lavoro a casa e il diritto a disconnettersi dal lavoro “prima che i datori di lavoro diano per scontato che lavorare da casa sia egualmente desiderabile per tutti”.