Se il bonus vacanze dimentica l’effetto leva

19 Maggio 2020, di Redazione Wall Street Italia

di Massimo Esposti

“Fare leva” può avere molti significati. In termini finanziari meglio prendere quindi la rigorosa definizione di www.borsaitaliana.it che sottolinea come “…tra i certificati a capitale non protetto, gli strumenti a leva sono quelli che offrono potenzialmente i rendimenti più alti a patto di essere disponibili a sottoporsi a rischi superiori.
Con un prodotto con leva si acquisisce il diritto di comperare (bull) o di vendere (bear) un valore sottostante a un prezzo di esercizio (strike) e a una data prestabiliti. L’impiego di capitale per investire in un prodotto di questo tipo è minore rispetto a quello necessario per un investimento diretto nel valore sottostante (cosiddetto effetto leva). E proprio la presenza dell’effetto leva consente di moltiplicare la performance del sottostante.
La leva però non amplifica solo i guadagni, ma anche le eventuali perdite e l’investitore si trova esposto al rischio di estinzione anticipata del certificato e di perdita totale del capitale investito, se il sottostante raggiunge una predeterminata barriera di stop loss…”

Eh già, importante con questi strumenti (ricordiamo la terribile crisi del 2008) stare molto attenti.
Ma c’è un altro “effetto leva” che riguarda l’economia reale e che ha dimostrato in alcuni settori di funzionare molto bene. Parliamo dei bonus, a partire da quello per le ristrutturazioni edilizie che ha permesso al comparto di riprendersi dalle batoste della recessione, alimentando tutta la lunga filiera del settore, per finire con il vantaggio fiscale per i cittadini. O, tornando indietro negli anni, agli incentivi statali per cambiare le vecchie auto (non sarebbe male, tra l’altro, se si pensasse di nuovo a un’iniziativa del genere).

Insomma, molti bonus hanno dimostrato di funzionare bene creando una catena in cui vincono tutti.
Così con entusiasmo si è visto nascere il bonus per le vacanze, un’iniezione di fiducia per il settore turistico messo alle corde dalla pandemia con i conseguenti blocchi.
Subito però ecco i paletti. Partiamo dalla cifra, 500 euro per famiglie dai tre componenti in su, soldi che scendono a 300 con due componenti e a 150 con un componente. E poi la grande barriera del mitico Isee, 40mila euro di reddito massimo.

Ed è qui che la leva si spezza.
Se si tratta di fornire un incentivo alle famiglie e al settore turistico, sarebbe bello capire perché questa agevolazione non venga estesa a tutti, senza limiti. Sappiamo da sempre che un euro si moltiplica se finisce investito nell’economia reale e, banalmente, una famiglia in vacanza se ha qualche soldo in più lo spende volentieri, magari allungando di un paio di giorni il soggiorno che poi significa andarsene in giro, mangiarsi una pizza o un gelato, affittare ombrelloni e sdraio, comprarsi un capo d’abbigliamento. Alla fine basta che immaginiate cosa si fa quando si è in una località turistica.

Invece no, ecco il concetto imperante che il bonus debba avere una frontiera reddituale. Così questo ricostituente rischia di trasformarsi una camomilla, quanto mai necessaria per gli addetti al settore.
Perché? Perché il meccanismo di applicazione, così chiudiamo in bellezza, prevede che il bonus venga quantificato all’80% nella fattura del soggiorno (minimo tre notti) che poi i gestori dovranno richiedere come credito di imposta. Il restante 20% il cittadino dovrà inserirlo nella dichiarazione dei redditi come detrazione di imposta.
Speriamo almeno ci sia un bel sole.