“Se Brics mollano il dollaro conseguenze drammatiche”

18 Agosto 2016, di Alberto Battaglia

NEW YORK (WSI) – L’importanza che il dollaro riveste nel commercio è nota a tutti e costituisce uno dei fondamentali dividendi del potere che gli Stati Uniti hanno guadagnato dallo status di potenza egemone al termine della Seconda Guerra Mondiale. Controllare l’emissione della moneta centrale negli scambi internazionali mette gli Usa nella privilegiata condizione di poter produrre dal nulla qualcosa che gli altri Paesi si debbono “guadagnare” attraverso le proprie esportazioni: il deficit commerciale degli Stati Uniti, uno squilibrio macroeconomico da molti criticato, di fatto si può reggere sulla possibilità del suo “finanziamento” tramite l’emissione di nuova moneta da parte della Federal Reserve.

Altrove un deficit commerciale costante provoca in tempi più o meno brevi una crisi finanziaria, a meno che qualcosa non venga fatto per riequilibrare la bilancia degli scambi internazionali prima che le riserve di dollari e valuta pregiata della banca centrale nazionale si esauriscano.

Chiaramente, gli Usa non possono avere problemi nella quantità di dollari a disposizione. Anche per queste ragioni, qui ricordate in sintesi estrema, gli Stati Uniti si sono sempre spesi attivamente per mantenere intatta la supremazia del dollaro, mentre il peso specifico dell’economia americana, anno dopo anno, decresceva nel complesso rispetto a quella globale. Nonostante la geografia economica non rassomigli più a quella del secondo dopoguerra, il sistema, nella sostanza resta ancora nei binari istituzionali di allora.

Qualche giorno fa è avvenuto un nuovo tentativo di “aggiramento” della centralità del dollaro da parte di Russia e Turchia, che, secondo quanto riportato da alcuni media turchi, avrebbero manifestato la volontà di scambiarsi beni e servizi direttamente nelle proprie divise nazionali, nella cornice del vertice di San Pietroburgo. Secondo l’osservatore tedesco Ernst Wolff, autore di un libro critico sulla storia del Fondo Monetario Internazionale, questo gesto equivale a una “dichiarazione di guerra” da parte dei due Paesi, che si stanno defilando (specialmente nel caso della Turchia in tempi recenti) dall’ordine internazionale americano. Intervistato dal network Sputnik, vicino al Cremlino, Wolff ha dichiarato che il tentativo di bypassare il dollaro come valuta di scambio internazionale è costato caro a Saddam Hussein in Iraq o a Muammar Gheddafi in Libia e per questo il giornalista si dice “intrigato” nel vedere quale sarà la reazione.

I tentativi di riformare il sistema dollaro centrico non sono una novità, ma sono sempre naufragati: “Gli Stati Uniti, sono pronti a tutto pur di mantenere questo sistema intatto”, ha detto Wolff; le “conseguenze geopolitiche” sarebbero “drammatiche” in caso di allontanamenti da questo sistema da parte dei Paesi emergenti, indubbiamente influenzati dalla centralità del dollaro.

La Nuova Banca di sviluppo, nata su impulso dei Brics per superare tale sistema non ha ancora la forza per vincere questa battaglia, fa capire Wolff. Ma in prospettiva, mondando nuove potenze economiche sempre più ingombranti, il mantenimento della pace potrebbe passare da un nuovo equilibrio in un’ottica lontana dal “privilegio americano” (come lo chiamò Charles De Gaulle) sul dollaro. Anche se, almeno per ora, resta una speculazione priva di un percorso delineato.