Saga Banca Popolare di Vicenza, tra azioni svalutate e denunce correntisti

5 Giugno 2015, di Redazione Wall Street Italia

MILANO (WSI) – Stando ai comunicati ufficiali, la separazione è avvenuta in modo consensuale. Ma, come riporta l’Espresso, “un manager potente e apprezzato che di punto in bianco molla la poltrona e se ne va” è un “ribaltone che non si era mai visto”, nella banca. Il riferimento è alle clamorose dimissioni dell’amministratore delegato della banca, Samuele Sorato. Oggi, due nuove separazioni, anche in questo caso “consensuali”.

Si tratta dei due vicedirettori generali di Banca Popolare di Vicenza, Emanuele Giustini e Andrea Piazzetta, che hanno rassegnato le dimissioni.

Giustini era per la precisione vicedirettore con responsabilità per la divisione Mercati, mentre il vicedirettore Piazzetta era responsabile per la divisione Finanza.

L’Espresso scrive: “La risposta sta nelle carte della Consob e della Banca centrale europea (Bce), che nei mesi scorsi hanno passato al setaccio i conti della Popolare di Vicenza, concentrando le verifiche soprattutto sulle modalità con cui sarebbero stati raccolti i 600 milioni dell’ultimo aumento di capitale, concluso nell’estate dell’anno scorso”

“Il contenuto esatto della relazione ispettiva resta un segreto ben custodito, ma “l’Espresso” è in grado di rivelare alcuni aspetti di quell’operazione che sono al centro di ulteriori verifiche. Un anno fa Sorato e i suoi collaboratori, a cominciare dal direttore finanza Andrea Piazzetta, bussarono a molte porte alla ricerca di denaro fresco. Nell’elenco degli investitori coinvolti compare anche il gruppo Optimum asset management, con base in Lussemburgo. In pratica, uno o più fondi che fanno capo a questa società, a loro volta registrati nell’isola di Malta, erano pronti a sottoscrivere azioni della Popolare di Zonin. E la banca, di lì a poco, avrebbe dovuto comprare quote di quei fondi”.

“L’operazione così descritta, del valore di alcune decine di milioni, ha tutta l’aria di una partita di giro, con Vicenza che finisce per finanziare l’acquisto di azioni proprie da parte di un soggetto terzo. Gli ispettori di Francoforte avrebbero quindi contestato la regolarità di questi contratti e l’intervento della Bce avrebbe infine dato la scossa ai piani alti dell’istituto veneto, con l’uscita dell’amministratore delegato”.

L’Espresso ripercorre l’iter che porta all’aumento di capitale, nel suo articolo Il salvataggio della banca Popolare di Vicenza passa da Malta e fa riferimento a quanto avviene nei mesi successivi, quando l’istituto viene colpito da un’ondata di denunce da parte dei correntisti, “che raccontano di pressioni, compresa la minaccia di revocare i fidi, per indurli a comprare le azioni. Inevitabile, a questo punto, l’intervento di Consob, affiancata per l’occasione dalla Bce”.

Il 6 maggio del 2015, esce un articolo di Vicenza Today, che riporta come i soci della Banca Popolare di Vicenza siano infuriati dopo la “decisione del consiglio di amministrazione di svalutare le azioni del 23%. In un’assemblea infuacata, Gianni Zonin ha chiesto “pazienza” ma la giurisprudenza offre anche altre possibili soluzioni, elencate dal consulente Aduc Roberto Cappiello su www.imgpress.it.

“Gli azionisti non solo non possono liquidare le proprie posizioni perché i titoli sono assolutamente e dichiaratamente illiquidi (non sono quotati sul mercato), ma vedono anche ridurre il loro valore per effetto delle decisioni dell’assemblea – scrive il consulente – Premesso che chi investe in azioni, di qualunque società, si accolla il rischio che in seguito a particolari circostanze di mercato possa andare incontro alla perdita anche totale dell’investimento fatto, nel caso delle azioni della Pop. di Vicenza e di Veneto Banca vi sono dei punti oscuri che potrebbero offrire una via di fuga ai soci, anche alla luce di un recente pronunciamento dell’Ombundsman bancario sul caso della Carife che è stata condannata a restituire l’intero importo investito a un azionista perché aveva violato la comunicazione Consob n. 9019104 del 2 marzo 2009”.

“Esiste anche una sentenza della corte di appello di Torino, la n. 2444/13 che, in tema di azioni illiquide, converge sulla posizione espressa dall’Ombudsman – prosegue l’articolo di imgpress – I giudici hanno stabilito che la dichiarazione dell’investitore con cui si dà atto della presa visione del prospetto informativo e del documento integrativo dell’investimento, forniti in sede di collocamento, non è sufficiente alla banca a dimostrare di aver adeguatamente informato il cliente delle caratteristiche e i rischi del prodotto finanziario. In conclusione la banca deve comunque dimostrare di aver fornito le avvertenze che sono riportate nel prospetto informativo e non basta la dichiarazione sottoscritta dal cliente di averlo ricevuto e letto. La comunicazione Consob sui titoli illiquidi pone un forte accento sul dovere di informazione al cliente sia “trasparenza ex ante” che “ex post” e soprattutto con “evidenziazione espressa delle eventuali difficoltà di liquidazione connesse al funzionamento dei mercati di scambio e dei conseguenti effetti in termini di costi (livello dello spread denaro-lettera, anche per valori medi) e tempi di esecuzione della liquidazione”.

E in Vicenza Report, dove si fa riferimento all’esposto alla Procura della Repubblica di Vicenza e all’interrogazione parlamentare al ministro delle Finanze Padoan decisi dal Movimento 5 Stelle – oggetto dell’esposto è la gestione della conduzione della banca negli ultimi sette anni – si fa riferimento ai modi con cui la banca avrebbe “venduto le proprie obbligazioni”.

A questo proposito viene citato, nell’esposto, il caso di un socio risparmiatore che “nel 2013 è stato convinto a sottoscrivere delle obbligazioni convertibili al 5%, senza essere informato che era facoltà della banca, e non sua, quella di convertire il prestito in azioni”.

Il risparmiatore in questione secondo l’esposto si sarebbe anche lamentato “della poca trasparenza dei funzionari che gli proposero la sottoscrizione delle obbligazioni e non gli prospettarono né il rischio della conversione in azioni, né il fatto che l’operazione era in aperto conflitto di interesse. Ora questo ex obbligazionista, diventato azionista involontario, si trova con azioni costate € 62,50 che la banca valuta € 48”.

Secondo il Movimento 5 Stelle sarebbero “circa 1.600 i nuovi azionisti che sono stati convinti a sottoscrivere le azioni della banca a € 62,50. Ma alcuni non avevano disponibilità e la banca si è offerta di finanziarli con un prestito. In palese conflitto di interessi. Questi nuovi azionisti, si trovano ora a pagare dei debiti per attivi che si sono svalutati del 23,20% in un anno”.

Vicenza Report scrive che l’esposto del Movimento 5 Stelle pone anche l’accento su una “difficoltà di vendere le azioni”, sul fatto che la banca da vari anni non distribuisce divendi e su una presunta consuetudine secondo la quale prestiti e finanziamenti “sarebbero stati concessi solo a condizione di una sottoscrizione o acquisto di azioni della banca”.

Gravi, secondo i pentastellati, anche “le responsabilità di chi avrebbe dovuto vigilare e non lo ha fatto, come la Banca d’Italia e la Consob”, e pollice verso anche per il sistema dei mass media che avrebbe, fino ad ora, informato poco sulla vicenda ed i suoi restroscena.

Nel mese di aprile, Le azioni della Banca Popolare di Vicenza svalutate del 23%.

Nel comunicato si è detto “Il consiglio di amministrazione della Banca Popolare di Vicenza esaminata la stima effettuata dall’esperto indipendente designato dal’istituto, così come previsto dall’articolo 6 dello Statuto, ha deliberato di proporre all’approvazione dell’assemblea dei soci un valore dell’azione pari a 48 euro. La determinazione di tale valore è principalmente riconducibile agli effetti del Comprehensive Assessment effettuato dalla Bce e ai conseguenti impatti sul patrimonio e sul target di capitale”.

Con queste poche righe il CdA di Banca Popolare di Vicenza ha comunicato ai suoi 117.000 azionisti, di cui una buona metà vicentini, ha annunciato che i loro patrimoni in azioni verranno svalutati del 23% .