Rublo e big russi a picco: dagli Usa ordine di “vendere”

10 Aprile 2018, di Mariangela Tessa

La decisione degli Stati Uniti di sanzionare alcuni oligarchi vicini a Vladimir Putin ha fatto sentire il suo peso sulla Borsa di Mosca, sul rublo e sui listini dove sono quotate le società russe finite nel mirino di Washington. Ieri una raffica di vendite ha colpito tutte le principali aziende collegate ai nomi che figuravano nella  nuova blacklist del ministero Usa delle Finanze. Il rublo ha perso il 4,5% (vedi grafico sotto).

Mentre il Cremlino si affrettava a definire “scandalose” le nuove sanzioni americane (“È una nuova storia scandalosa dal punto di vista della legalità e delle violazioni” , ha dichiarato il portavoce del presidente Vladimir Putin, Dmitri Peskov), indiscrezioni di stampa riportavano che i crolli di ieri sono stati causati da una ‘clausola’ riservata prevista dal dipartimento Usa delle Finanze, ovvero l’ordine agli investitori americani e occidentali di vendere i titoli relativi ai gruppi nel mirino delle sanzioni entro un mese: da qui la corsa alla vendita.

Le sanzioni annunciate venerdì scorso da Washington hanno colpito sette oligarchi, 17 funzionari di governo e 14 enti russi vicini al Cremlino: sono state motivate dalla necessità di punire Mosca per una serie di “attività maligne”, compresa l’ingerenza nella campagna per le presidenziali del 2016 e l’effetto pare devastante.

Rublo rischia di chiudere ai minimi dal 2016

Tra le figure di spicco (e quindi relative imprese) finite sotto sanzioni ci sono Viktor Vekselberg e il suo Renova Group, l’oligarca Suleyman Kerimov che ha costruito un impero con il cloruro di potassio e Kirill Shamalov, che ha fatto fortuna dopo aver sposato la figlia di Putin.

Sui mercati, dove si fanno sentire anche le tensioni geopolitiche in Siria, Tra i titoli più colpiti ieri, En+, holding in cui sono raccolte una serie di compagnie che fanno capo a Deripaska, che è arrivata a perdere quasi il 19 % a Mosca e quasi il 10% sul London Stock Exchange.

Ancora peggio è andata a Rusal, colosso mondiale dell’alluminio, che ha fatto un capitombolo del 50% sulla borsa di Hong Kong, lasciando sul terreno in termini di capitalizzazione l’equivalente di 3,5 miliardi di euro.

La banca centrale russa ha fatto sapere che non interverrà per cercare di arginare i cali del rublo, che è sotto una pressione enorme sui mercati valutari per la seconda seduta di fila. Stamattina la valuta nazionale perde un altro 4,5% e ora con un dollaro si possono comprare 63,45 rubli, i minimi da dicembre di due anni fa. Lunedì la divisa russa ha perso quattro punti percentuali e ora rischia di chiudere ai livelli più bassi dal 2016.

Sanzioni contro la Russia colpiscono il rublo