Rischi Turchia post golpe, i titoli italiani più esposti

20 Luglio 2016, di Alberto Battaglia

Il fallito golpe in Turchia non ha avuto grosse ripercussioni sui mercati, segno che un leader in grado di mantenere ordinate le istituzioni è comunque preferibile a una transizione incerta guidata dai militari.

Le prospettive di medio periodo per Ankara restano, tuttavia, in forte mutamento con il timore più che concreto di una svolta autoritaria nel Paese. Come la prenderebbero i titoli fortemente coinvolti nell’economia turca? E, soprattutto, quali sono le società della Borsa di Milano più esposte?

A quest’ultima domanda risponde una nota di Jci Capital Ltd, società britannica attiva nella gestione del risparmio, che, a scanso di equivoci sugli effetti delle mire del presidente Recep Tayip Erdogan, ritiene “indubbio che il premio al rischio per gli asset turchi non possa che salire, assieme ad una diminuzione del valore sottostante, in un paese dove gli elevati rendimenti sono lo specchio di ingombranti problemi di governance e democrazia”.

  1. Astaldi. La società attiva nella costruzione d’infrastrutture ha in Turchia il 10,5% del portafoglio ordini, pari a 0,975 miliardi di euro su 9,2 miliardi totali, cui corrisponde il 12-15% del risultato ante oneri finanziari (Ebit). La quotazione precedente al tentato golpe, a 4,04 euro non è, comunque, molto distante dall’attuale a 3,99 euro.
  2. Azimut. La società società attiva soprattutto nel risparmio gestito possiede circa il 70% di Turkish Bosphorus Capital Portfoy, che gestisce circa 500 milioni di euro, circa l’1,5% del totale. Dal venerdì precedente al tentato golpe, il titolo è cresciuto da 14,76 agli attuali 15,17 euro.
  3. Cementir. Per la società attiva nella produzione di materiali per l’edilizia l’interesse in Turchia è grosso: il 35% della capacità cementifera viene da qui e pesa il 23% del fatturato e 22-25% dell’Ebitda. Da venerdì sera a oggi il titolo è sceso da 3,86 a 3,71 euro.
  4. Cnh Industrial. Il produttore di veicoli commerciali si trova esposto con 530 milioni tramite la joint venture con la Turk tractor, par al 6% dell’attuale capitaliazzazione.
  5. Unicredit. La principale banca italiana posside il 41% della quarta banca privata della Turchia, la Yapi Kredi, che vale il 7% del reddito operativo del gruppo. Prima del trambusto generato dal tentato colpo di mano, si era avanzata l’ipotesi della cessione del 10% di tale banca da parte di Unicredit.
  6. Recordati. Il gruppo farmaceutico registra in Turchia il 5% del fatturato, con la controllata turca Recordati Ilac che ha generato il 7,3% del fatturato del 2015. Anche in questo caso il tentato golpe non ha scalfito le quotazioni del titolo, che, al contrario è cresciuto nelle ultime sedute.

Fonte: Milano Finanza