Rimpatrio moglie dissidente kazako: Eni ha fatto pressioni sul governo per avere favori?

11 Luglio 2013, di Redazione Wall Street Italia

ROMA (WSI) – Ieri il premier Enrico Letta è stato interrogato sulla bollente questione durante il question time e ha assicurato che aprirà un’indagine. È quanto meno sospetta la maniera in cui il Viminale ha gestito la vicenda della consegna di Alma, la moglie di Ablyazov, ex banchiere e principale oppositore politico del presidente dittatore kazako Nazarbaiev, e della sua figlia di 6 anni.

Andando a scavare a fondo ci si imbatte in un intreccio di affari, appalti e politica corrotta. In cui è coinvolta in pieno anche Eni. Il gruppo petrolifero del manager Paolo Scaroni è il principale operatore del progetto kazako di Kashagan, giacimento di gas naturale su cui ora indaga la magistratura di Milano.

Per gli appaltatori Usa è stato difficile ricevere un trattamento onesto “a causa dell’arrivo di societa’ di servizi petroliferi Saipem, controllata al 40% da Eni”. A rivelarlo sono i cabli di Wikileaks.

Si tratta di in una conversazione tra l’ambasciatrice Usa ad Astana Pamela Spratlen e il vice presidente per Europa e Asia centrale della McDermott, compagnia americana attiva nel settore energetico dal 1923 che si occupa della costruzione di piattaforme petrolifere off-shore.

Un altro aspetto interessante della vicenda riguarda la rinegoziazione dei contratti. Secondo Dan Houser, di McDermott, non sarebbe il governo locale a chiedere le modifiche come avvenuto in Iraq, ma “le compagnie estere (tra cui Eni) che cercano di negoziare un accordo quando si rendono conto di avere fatto una promessa che non sono in grado di mantenere“.

Il 27 gennaio, due giorni prima dell’invio del cablogramma, Mukthar Ablyazov, marito di Alma ed oppositore politico ed ex presidente della Banca TuranAlem (Bta), la terza del paese, scompare nel nulla. La vicenda cattura l’attenzione degli americani, che indagano sui motivi della fuga. “Ha lasciato il paese dopo essere stato accusato di appropriazione indebita e frode finanziaria”, si legge nel cable.

Per l’accusa avrebbe sottratto alla Bta miliardi did ollari, frutto dell’illecita cessione del 25% della compagnia statale Aktobe-MunaiGas alla China National Petroleum. L’operazione è stata conclusa “a un prezzo molto inferiroe al valore di mercato”.

In quest’ottica viene naturale sospettare del comportamento dell’azienda italiana, controllata per il 30% dal Tesoro. Che si sia trattato di uno scambio di favori per ingraziarsi Nazarbaiev e il suo entourage, con l’obiettivo di mettere le mani sulle prezioso risorse energetiche del paese?

Un dubbio che il governo Letta e il ministro dell’Interno Angelino Alfano devono sciogliere il prima possibile fornendo la maggiore completezza di informazioni possibili, senza lasciare ombre. È una responsabilità pesante quella che si è presa l’Italia: espellere una donna e una minorenne rispedendole in patria, dove rischiano la vita.