Riforma pensioni in stallo: le opzioni sul tavolo

12 Aprile 2022, di Alessandra Caparello

Alta l’attenzione del governo sulla riforma pensioni anche se al momento all’orizzonte non vi è nulla di concreto. Quota 102, l’anticipo pensionistico introdotto dall’Esecutivo di Mario Draghi per sostituire Quota 100 e che dà il diritto alla pensione anticipata al raggiungimento, entro il 31 dicembre 2022, di un’età anagrafica di almeno 64 anni e di un’anzianità contributiva minima di 38 anni, durerà solo quest’anno e dal 2023, a meno di riforme, tornerebbe in vigore la Legge Fornero che prevede il pensionamento a 67 anni.

 “Il Governo deve mantenere l’attenzione sulle riforme strutturali, con particolare riguardo “all’assetto del sistema pensionistico per il quale, nel pieno rispetto dell’equilibrio dei conti pubblici, della sostenibilità del debito e dell’impianto contributivo del sistema, occorrerà trovare soluzioni che consentano forme di flessibilità in uscita ed un rafforzamento della previdenza complementare”.

Così il ministro dell’economia Daniele Franco nell’introduzione al Def, il Documento di Economia e Finanza, precisando che “Occorrerà, altresì, approfondire le prospettive pensionistiche delle giovani generazioni”.

Per quanto riguarda la flessibilità in uscita paventata dal titolare del dicastero di via XX Settembre, l’ipotesi sul tavolo è di permettere l’accesso alla pensione all’età anagrafica di 64 anni. Il problema è il modus operandi.

Come scrive Today.it, “la flessibilità in uscita si potrebbe raccordare a Quota 102, prevista dal governo Draghi solo per quest’anno, con una sorta di ponte su cui si muoverebbe la soglia anagrafica dei 64 anni (in un mix fino a dicembre con la maturazione di almeno 38 anni di versamenti), alla quale guardano da tempo i tecnici del Mef”. In sostanza si potrebbe accordare la pensione anticipata a 64 anni di età e con almeno 20 anni di contributi, con l’assegno calcolato col sistema contributivo totale.

Le proposte dei sindacati  e dell’Inps

Sul tavolo di riforma pensioni ci sono anche le proposte dei sindacati. Qualche tempo fa Paolo Capone, Segretario Generale dell’Ugl aveva dichiarato:

“L’apertura del Governo alla previsione di meccanismi che incentivino la flessibilità in uscita dal mondo del lavoro va nella direzione auspicata dall`UGL, tuttavia non siamo favorevoli al ricalcolo interamente contributivo. Quota 102, attualmente in vigore, scadrà a fine anno e, in assenza di una riforma previdenziale, a partire dal 2023 tornerebbe in vigore la Legge Fornero che prevede il pensionamento a 67 anni … ci opponiamo fortemente ad un graduale ritorno della Legge Fornero e riteniamo che la soluzione migliore resti Quota 41, che prevede 41 anni di contributi a prescindere dall’età lavorativa. E’ fondamentale, dunque, tutelare i diritti acquisiti dei lavoratori, garantendo, al contempo, il turnover generazionale e l`ingresso dei giovani nel mondo del lavoro”.

Capone in sostanza sottolinea che In Italia da 10 anni si va in pensione a 67 anni di età, mentre in Europa la media solo ora raggiunge i 63 anni.

Il tema, quindi, è quello di riallineare l’età di accesso la pensione a quello che avviene in Europa. Perseguendo, anche, la strada dei lavori gravosi e usuranti eliminando tutti i vincoli formali che hanno impedito ai lavoratori di poter utilizzare questi strumenti … Si deve dare una risposta ai lavoratori precoci stabilendo che 41 anni di contributi sono sufficienti per andare in pensione a prescindere dall’età.

Anche il presidente InpsPasquale Tridico ha messo nero su bianco poco tempo fa la sua proposta di riforma previdenziale, preparando una legge – che sarebbe sostenibile per le casse dello Stato, andando a costare 400 milioni all’anno invece dei 10 miliardi di quota 41 –  e che prevede di dare a chi va in pensione a 64 anni solo la parte contributiva dell’assegno maturata fino a quel momento, per poi pagare la quota retributiva totale della pensione una volta raggiunti i 67 anni, seguendo quanto stabilito dalla legge Fornero.

È un binomio che ripeto già da qualche anno. La flessibilità è possibile all’interno del modello contributivo. Io propongo un compromesso: si può anticipare l’uscita a 64 anni ottenendo solo la quota contributiva dell’assegno. Poi dai 67 anni si riceverebbe anche la parte retributiva. Credo che sia una soluzione accettabile anche per i sindacati. Ma credo anche che dovremmo imparare a maneggiare con cura l’informazione sulla sostenibilità dei sistemi previdenziali… La sostenibilità del nostro sistema – continua il presidente – è fortemente connessa al fatto che ci sono troppe poche persone che lavorano, soprattutto giovani. Da decenni siamo inchiodati a un numero: 23 milioni di lavoratori”.