Riforma pensioni: allo studio flessibilità in uscita a 63 anni

13 Settembre 2021, di Alessandra Caparello

Con l’arrivo dell’autunno si scaldano i motori per la riforma delle pensioni che potrebbe entrare nella prossima legge di bilancio. L’unica certezza è che Quota 100 – la misura voluta dalla Lega che permette di andare in pensione anticipata con 62 anni di età e 38 di contributi – scadrà alla fine dell’anno e non sarà rinnovata, né riproposta in versioni modificate.

Riforma pensioni: governo studia flessibilità a 63 anni

Tante le proposte avanzate finora e pare che al momento il governo Draghi stia valutando un’uscita flessibile dai 63 anni. La sottosegretaria all’Economia, Maria Cecilia Guerra, ha spiegato nel dettaglio:

Si va in pensione un po’ prima a 63, 64 o 65 anni, e si accetta una penalizzazione” dell’assegno Inps (…) la riforma potrebbe anche avere un respiro più ampio, affrontando il tema delle “pensioni di garanzia per i giovani e per le donne” e valorizzando “ai fini della pensione i periodi dedicati al lavoro di cura e quelli dedicati al lavoro di formazione da parte dei giovani, e non solo. Una contribuzione figurativa più bassa di quella ordinaria ma che permetterebbe di avere pensioni decenti, che evitino il ricorso all’assistenza”.

Il governo guarda anche a Opzione Donna e all’Ape sociale. Rafforzate, potrebbero rappresentare le vie minime di flessibilità in uscita adottate dall’esecutivo per alleggerire l’effetto-scaglione.

Opzione donna e Ape sociale: cosa sono

Con l’Opzione donna si può accedere alla pensione con 58 anni di età per le dipendenti e 59 anni per le autonome, a patto di aver versato 35 anni di contributi entro il 31 dicembre 2020. In questo caso l’assegno è cumulabile con i redditi da lavoro. E’ stata la legge di bilancio 2017 a prevedere invece l’Ape sociale, un’indennità a carico dello Stato erogata dall’Inps, a soggetti in determinate condizioni previste dalla legge che abbiano compiuto almeno 63 anni di età e che non siano già titolari di pensione diretta in Italia o all’estero. E’ la cosiddetta Ape sociale, un’indennità corrisposta, a domanda, fino al raggiungimento dell’età prevista per la pensione di vecchiaia, ovvero fino al conseguimento della pensione anticipata o di un trattamento conseguito anticipatamente rispetto all’età per la vecchiaia.
L’Ape sociale è una misura sperimentale in vigore dal 1° maggio 2017 la cui scadenza, in seguito a successivi interventi normativi è stata prorogata fino al 31 dicembre 2021. Ultimamente il governo Draghi starebbe valutando un’estensione della misura e al tempo stesso un allargamento della platea dei beneficiari come misura di sostituzione di quota 100.

La proposta dei sindacati

Per la riforma delle pensioni che punta al superamento di quota 100, i sindacati hanno proposto di andare in pensione a partire dai 62 anni, o con 41 di contributi a prescindere dall’età. Un’ipotesi ritenuta costosa, a meno che i prepensionati non si accontentino di un assegno un po’ più basso, o che non si trovi un meccanismo di sostegno delle pensioni anticipate, sul modello del fondo costituito dai bancari. Paolo Capone, Leader UGL ha invece proposta la creazione di un fondo ‘ad hoc’ per accompagnare i lavoratori alla pensione.

“In vista della prossima Manovra finanziaria, l’UGL si batterà in tutte le sedi per affrontare un tema essenziale quale la riforma del sistema previdenziale. In primis, occorre scongiurare in ogni modo l’ipotesi di un ritorno della ‘Legge Fornero’, una misura fallimentare dettata dalla logica miope dell’austerity e fondata sul taglio indiscriminato delle tutele e dei diritti sociali dei lavoratori. In tal senso riteniamo prioritario mantenere meccanismi di flessibilità in uscita, pertanto, per il superamento di ‘Quota 100’ la migliore soluzione resta ‘Quota 41’. In alternativa, sosteniamo la proposta di istituire un maxi fondo pari a circa a 3 miliardi di euro necessario per accompagnare i lavoratori alla pensione ed evitare la rigida applicazione dello scalone di 5 anni fino ai 67 anni di età. Un fondo ‘ad hoc’, dunque, che consenta l’uscita anticipata dal mondo del lavoro favorendo altresì la ristrutturazione delle aziende e l’ingresso di nuove competenze, nell’ottica di agevolare il ricambio generazionale e il processo verso la transizione digitale.
Tale misura andrebbe peraltro integrata con altri strumenti come i contratti di espansione, la riforma degli ammortizzatori, la proroga di ‘Opzione donna’, nonché la stabilizzazione e il rafforzamento dell’Ape sociale per i lavoratori che svolgono attività usuranti o che si trovano in stato di disoccupazione. L’UGL non intende indietreggiare sul fronte delle garanzie e dei diritti acquisiti e chiede al Governo di avviare un dialogo effettivo con le parti sociali per dare voce alle istanze dei lavoratori.”