Recessione? Per l’economista americano Kendall dipenderà dalla Fed

1 Aprile 2022, di Valentina Magri

L’economia Usa è vicina ad una nuova recessione? Di questo e altro se ne è parlato nel corso della trasmissione Opening Bell di venerdì, condotta da Leopoldo Gasbarro e Massimo Intropido.

“In Usa abbiamo problemi nelle catene di fornitura a seguito della crisi. I problemi saranno risolti, ma nell’arco di 1-2 anni. Possiamo paragonare la situazione a quella del 1946, quando la seconda guerra mondiale era finita, i soldati erano tornati, le persone volevano mettere su casa e famiglia, ma la produzione era bassa a causa della riconversione dall’economia di guerra. C’era un’alta domanda ma bassa offerta e quindi alta inflazione, attorno all’11-13%. Appena furono risolti i problemi legati alla catena di fornitura, l’inflazione scese. La Fed ora deve mantenere le aspettative di inflazione, alzando i tassi per far sapere ai mercati che inflazione non durerà. Quando le catene di fornitura saranno ripristinate, l’offerta soddisferà la domanda. Non ci sarà recessione se la Fed non commetterà errori nella sua politica monetaria. Credo che l’inflazione scenderà abbastanza rapidamente, ma non quest’anno”. L’ha detto in trasmissione l’economista americano Coleman Kendall, presente in collegamento da Washington nella puntata speciale dedicata a “Tutta la verità sullo stato di salute di Biden“.

Politici sempre molto divisi negli Usa

Kendall ha anche parlato del presidente Usa Biden, definendolo un “barlafüs(un termine dialettale milanese per indicare una persona di poco valore),che ogni tanto apre la bocca e non si sa cosa può uscire. Lo ha fatto settimana scorsa, quando ha parlato di mettere fine al governo della Russia”. Riguardo lo stato di salute del presidente americano, Kendall ha affermato: “Biden è sempre stato uno che parlava in modo casuale. Non è un effetto dell’età o della sua salute. Quest’anno compirà 80 anni, sembra fragile, ma è rimasto quello che era. Il problema è la vicepresidente Kamala Harris che non è un granché, per cui probabilmente Biden si ricandiderà nel 2024″.

Sempre in tema di politica americana, Kendall ha spiegato: “E’ cambiata molto negli ultimi 40 anni perché i partiti sono molto divisi. Prima i media erano tutti molto simili e parlavano all’americano medio, con una visione comune. Ora abbiamo solo 3 tg: Fox (di destra), CNN (di centrosinistra) e MSNBC (di estrema sinistra). Chi guarda uno, non guarda gli altri, per cui manca una visione comune, ognuno ha la sua”.

Kendall ha poi commentato uno studio pubblicato nell’aprile 2019 dal think tank americano Rand, che stimava gli effetti di eventuali sanzioni sulla Russia in caso di guerra. “Gli Usa dopo l’attacco di Pearl Harbour del 1941 hanno fatto piani per ogni guerra che avrebbe potuto capitare nel mondo. C’è un piano per invadere l’Ucraina, la Russia, l’Italia e in generale per ogni paese del mondo. Ogni pianificazione è scritta da almeno due consulenti, per avere una visione più chiara di quello che succede e potrebbe accadere”.

In tema di futuro, l’economista ha illustrato le sue aspettative sulla guerra in Ucraina. “Putin desiste dalla presa di Kiev e ha deciso di concentrarsi sul sud dell’Ucraina, precisamente sulla parte tra il Dombass e la Crimea, per unificarle. Inoltre ha creato qualche milione di profughi andati all’estero e che non si sa quanti torneranno in Ucraina. In questo modo, Putin può vincere senza aver preso grandi territori, perché nell’Ucraina del futuro ci saranno sicuramente meno ucraini”.

Kendall inoltre ha aggiunto: “Gli effetti economici della guerra sono molto importanti. Per questo è fondamentale studiare in anticipo cosa può accadere, come ha fatto Rand. E’ anche importante avere sempre un piano B. Se fossi il proprietario di imprese che usano molto gas, cercherei ad esempio di fare hedging e di usare altre fonti di energia”.

A proposito di energia, Kendall ha spiegato: “E’ molto facile essere green nei tempi di pace, quando il mondo è molto quieto. Ma è difficile esserlo quando mancherà il gas. Tanti politici dicono che dobbiamo produrre di più in casa nostra, ma ci costerà di più rispetto a una produzione delocalizzata e all’importazione di materie prime, creando problemi di approvvigionamento. Bisogna essere flessibili nel fare previsioni, perché non sappiamo cosa ci riserverà il futuro”.