Previdenza: crescita ancora fiacca per i fondi negoziali

20 Febbraio 2018, di Redazione Wall Street Italia

L’articolo integrale è stato pubblicato sul numero di gennaio del mensile Wall Street Italia

di Michele Fanigliulo

Sono 32 i fondi, due milioni e 670 mila i lavoratori aderenti, oltre 47 miliardi di euro le risorse accumulate per le future prestazioni. Eppure le adesioni, se pur in incremento, proseguono a rilento. Quali le ragioni di questo ritardo

Non vi è dubbio che la situazione per la previdenza pubblica rimanga allarmante, e questo nonostante la riforma delle pensioni 2011 “lacrime e sangue” della Fornero. Il sistema previdenziale pesa per il 16% sul Pil italiano, secondo solo alla Grecia, e nel 2016 mostrava un buco da 87,3 miliardi di euro. A tanto ammonta il gap tra prestazioni erogate dall’Inps, pari a circa 308 miliardi, e gli oltre 220 miliardi di prestazioni versate.

Comprensibile dunque la risposta di Tito Boeri, presidente dell’Inps, a un eventuale blocco dell’età pensionabile proposto da diversi partiti in vista delle elezioni di marzo:

“Il blocco è qualcosa che va a interferire con gli automatismi che abbiamo introdotto nel nostro sistema e renderà i costi per le casse dello Stato insostenibili”.

E sempre Tito Boeri, alzando le mani, dichiara che

“prendere la differenza tra i contributi che l‘Inps riceve e le pensioni come una misura di insostenibilità è un modo sbagliato di vedere il problema. In prospettiva è necessario aumentare la platea dei lavoratori che pagano i contributi, anche alla luce del calo demografico”.

Le difficoltà della previdenza pubblica spiegano, almeno in parte, l’incremento delle masse gestite dai fondi pensione. Negli ultimi 3 anni gli iscritti a questi fondi sono cresciuti del 12%, un risultato positivo ma ancora al di sotto delle aspettative. Sono infatti poco più di 8 milioni gli italiani che godono di una forma di previdenza complementare, di cui il 33% presso i fondi pensione negoziali. I lavoratori iscritti ai fondi di categoria sono 2,6 milioni, segnando un incremento del 34% sul 2007 (anno da cui è stato possibile versare il Tfr nella previdenza complementare). Le risorse a disposizione dei 32 fondi pensione negoziali hanno raggiunto i 47,37 miliardi di euro e saranno utilizzate per erogare le prestazioni future.

Il presidente dell'Inps Tito Boeri

Le ragioni delle scarse adesioni

Si tratta non tanto di un problema legato alle performance, quanto alla necessità di una maggiore educazione previdenziale e delle politiche governative a supporto. Non hanno poi giovato alcune novità normative degli ultimi anni. Tra queste le più importanti sono state l’incremento della tassazione sui rendimenti nel 2014 (dall’11% al 20%) e la possibilità del Tfr in busta paga per il triennio 2015-2018. Due decisioni che hanno dimostrato una certa sottovalutazione del legislatore sul tema del secondo pilastro.

Nel lungo periodo i fondi battono il Tfr

Sul breve periodo il confronto tra il rendimento medio dei fondi pensione negoziali e il tasso di rivalutazione del Tfr vede quest’ultimo vincitore. I fondi infatti nei primi sei mesi dello scorso anno hanno archiviato una performance piuttosto contenuta e pari allo 0,9%, contro 1,1% del Trattamento di fine rapporto. Ma è sul lungo periodo che i fondi negoziali scaldano i motori e mostrano i muscoli, anche perché l’adesione alla previdenza complementare presuppone proprio un’ottica di investimento a lungo termine. Sono interessanti, infatti, le performance 2008-2017: i fondi pensione hanno realizzato una performance complessiva del 36,5%, ben superiore a quella del tasso di rivalutazione del Tfr nello stesso periodo, fermatosi al 22,5 per cento. Più nello specifico, se analizziamo le performance dei singoli comparti i rendimenti più interessanti sono stati quelli dell’obbligazionario misto (+42,8%) e bilanciato (+40,4%). Ha reso meno del Tfr l’obbligazionario puro (+12,8%), mentre ha fatto poco meglio del Tfr il garantito (+28,5%).

Meno titoli di Stato in portafoglio

A quanto ammontano gli asset gestiti e come si sta modificando l’asset allocation dei fondi pensione negoziali? Dei 47,3 miliardi gestiti dai soci di Assofondipensioni, ben 21,7 sono investiti in titoli di Stato (il 45,9%), 9,7 miliardi in azioni (20,4%), 8,3 miliardi in altri titoli di debito (17,6%), 3,8 miliardi in quote di fondi ed ETF (8%), 3,4 miliardi in depositi bancari (7,2%), e 448,8 milioni in altre attività e passività (0,9%).

In futuro più accorpamenti tra fondi

Le normative introdotte nella Legge di Bilancio 2017 e dalla Legge sulla Concorrenza pongono attenzione alla necessità di raggiungere masse gestite di grande rilevanza nella previdenza complementare e dovrebbero portare a una più veloce fase di accorpamento tra i fondi. Maggiori masse gestite significa più spazi di manovra e diversificazione dei portafogli e migliore gestione del rischio. In questo modo infatti si sviluppano anche maggiori sinergie e si contengono i costi di transazione.