“Prelievo forzoso? Un’arma a doppio taglio”

10 Aprile 2013, di Redazione Wall Street Italia

ROMA (WSI) – L’Italia e’ il punto di svolta della crisi del debito che attanaglia l’Europa: se saltiamo noi salta tutta l’area euro. Per questo e’ sorprendente che la Banca Centrale Europea non abbia ridotto il costo del denaro per venire incontro ai paesi piu’ in difficolta’ in piena fase recessiva.

A dirlo e’ l’economista Paolo Manasse, che concede le attenuanti del caso alla soluzione del prelievo forzoso, considerata misura rischiosa ma inevitabile in alcuni casi.

“Il prelievo forzoso e’ un’arma a doppio taglio”, secondo il professore dell’Universita’ di Bologna, in quanto misura dannosa per certi paesi dal sistema finanziario con i piedi d’argilla, come Italia, Spagna e Irlanda, ma indispensabile in altri, dove le misure contro azionisti e obbligazionisti non sono sufficienti.

Un esempio a parte ce lo offre il caso di Cipro, in cui e’ stato possibile fare pagare i clienti benestanti esteri, in particolare i russi. In definitiva, secondo Manasse, che ha anche insegnato alla Sorbona di Parigi, a pagare dovrebbero sempre essere azionisti e obbligazionisti, “ma bisogna vedere se ce ne sono abbastanza” e se le svalutazioni sarebbero sufficienti.

Dal canto suo, se non ridurra’ lo stock del debito pubblico monstre, l’Italia rischia di subire altri attacchi dei mercati come quello di novembre 2011. A preoccupare e’ il progressivo rimpicciolimento della quota di debito in mano agli investitori italiani, scesa in un anno al 35% dal 51%. “Non ci pone al riparo”, come invece avviene in Giappone. “Se salta l’Italia, salta l’euro: e’ troppo grande per essere salvata e troppo grande per uscire”.

Secondo Manasse a impedire che l’Italia venga presa di mira dai ribassisti in questo momento contribuisce la situazione di calma apparente sui mercati dei titoli di Stato, dovuta in parte alle promesse di intervento di Draghi (programma Omt di acquisto di bond periferici) e in parte alle riforme messe in atto dal governo Monti. Che dovrebbero contribuire a fare rispettare a Roma gli obiettivi di bilancio e scongiurare nuove manovre.

“Il numero uno della Bce non ha la liberta’ di manovra della Fed dal punto di vista dello statuto e dal punto di vista politico”, dice in un’intervista telefonica a Wall Street Italia il professore ex John Hopkins. Non sarebbero fattibili operazioni straordinarie accomodanti come quelle di Federal Reserve e Banca del Giappone e nemmeno interventi diretti a privati, “perche’ incontrebbero sicuramente degli ostacoli”. Il banchiere fiorentino dovrebbe in compenso “ridurre i tassi per svalutare l’euro“.

“Sono sorpreso che non abbia ridotto i tassi nonostante la situazione di recessione profonda che danneggia l’euro”, ha dichiarato l’ex consulente dell’Abi, gia’ assistente universitario di Macroeconomia e politiche monetarie alla Bocconi di Milano.

Il livello della spesa pubblica italiana e’ cresciuto in maniera molto sostenuta per tutti gli Anni 80 e all’inizio degli Anni 90, arrivando a superare il 55% del Pil, prima di scendere al 46,2% nel 2000 restando comunque al di sopra della media europea del 44,2%. A schizzare fuori controllo e’ stata la spesa per interessi, esplosa dal 1981 dopo il divorzio tra Banca d’Italia e Tesoro.
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Ciononostante a livello di spese in cultura, istruzione, ricerca e sviluppo siamo agli ultimi posti in Europa. Per alleggerire il fardello alla voce uscite dai conti pubblici, i settori da toccare sono generalmente pensioni, sanita’ e dipendenti pubblici. “Negli ultimi due campi si puo’ fare ancora qualcosa, ma e’ difficile quantificare bene”.

“Si possono guadagnare due-tre punti nel giro di 3-4 anni“, stando alle stime citate dall’economista, autore di diverse analisi su spread e debito. “Riducendo i costi della politica si otterebbero invece dai 300 milioni ai 3 miliardi, a seconda delle misure intraprese, dando al contempo un messaggio politico forte”.

Per abbattere il debito, invece, bisognerebbe cominciare sicuramente dalle privatizzazioni, dalla vendita di partecipazioni del Tesoro in Eni, Enel e dalla vendita di quote di capitali societarie. “Fare tutto insieme e’ difficile, ma la strada” – fa sapere Manasse – “e’ meno costosa a livello politico e sociale rispetto ai tagli alle pensioni e all’aumento delle tasse”, deleteri per l’economia e il tenore di vita della gente. Dagli ultimi dati a disposizione risulta che la pressione fiscale sia arrivata al 52%.

DI SEGUITO L’INTERVISTA INTEGRALE

Come se lo spiega l’abbassamento della tensione nei mercati dei bond dell’area euro periferica? Perche l’Italia non viene piu’ percepita a rischio? I prezzi si muovono ancora nel solco tracciato da Draghi con l’OMT, che continua a funzionare come deterrente?

Innanzitutto i mercati non si muovono in maniera automatica; quando c’e’ uno stallo non vuol dire che ci sia perdita di fiducia. Due: abbiamo prospettive delle misure intraprese dal governo Monti che a meno di vistose nuove manovre assicurano gli investitori, come la riforma dei pensioni o le entrate cospicue dalle imposte. E’ verosimile che gli obiettivi di bilancio siano rispettati. Tre: il paracadute dell’Omt. Bisognera’ pero’ vedere quale sara’ la percezione della soluzione della crisi d’ora in avanti.

Cosa dovrebbe fare Draghi per alimentare la ripresa dei paesi periferici? Di quanto andrebbe svalutato l’euro?

Draghi non ha la liberta’ di manovra della Fed dal punto di vista dello statuto e dal punto di vista politico. Non sarebbero fattibili operazioni come quelle di Federal Reserve e Banca del Giappone. Interventi diretti a privati, poi, incontrebbero sicuramente degli ostacoli.

Dovrebbe pero’ ridurre i tassi per svalutare l’euro. Sono sorpreso che non abbia ridotto i tassi nonostante la situazione di recessione profonda che danneggia l’euro. Ci sono due spiegazioni: in qualche modo la Bce vuole mantenere il legno in cascina, armi nel caso ci fossero ulteriori attacchi. Non vogliono sparare tutte le pallottole. Due: deve barcamenarsi e cercare un compromesso.

E’ possibile rinegoziare il debito italiano – estero e interno – come propongono alcuni economisti e come dice il programma del Movimento 5 Stelle?

Per abbattere il debito bisognerebbe cominciare dalle privatizzazioni, dalla vendita di partecipazioni del tesoro in Eni, Enel, dalla vendita di quote di capitali societarie. Fare tutto insieme e’ difficile, ma la strada – fa sapere Mannasse – e’ meno costosa a livello politico e sociale rispetto ai tagli alle pensioni e all’aumento delle tasse deleteri per l’economia.

Nell’arco di poco piu’ di un anno la quota di debito pubblico in mano a investitori esteri e’ crollata al 35% dal precedente 51%: e’ un segnale preoccupante?.

E’ un brutto segnale. In altri casi ci si potrebbe anche leggere un segnale positivo, come per il Giappone, dove la situazione lo rende sicuro da attacchi. Ma in Italia non c’e’ questo fattore, non ci pone al riparo.

Se fosse a capo del nuovo governo quali misure efficaci proporrebbe per ridurre la spesa pubblica?

Bisognerebbe in primo luogo ridurre i costi della politica. Le stime dei risparmi sono molto diverse tra 300-400 milioni e 3 miliardi. Dipende molto da cosa si fa. Se si ci limita ad abolire province, ma accorpare i dipendenti non si ottiene molto e se invece si cancellano posti di lavoro sono i costi sociali a essere molto forti. Sarebbe sicuramente importante come segnale politico.

I settori da toccare in genere sono pensioni, sanita’, dipendenti pubblici. Negli ultimi due campi si puo’ fare ancora qualcosa, ma e’ difficile quantificare. Si possono guadagnare due-tre punti nel giro di 3-4 anni. Non e’ un’operazione cosi’ facile, a meno che non si vuole mettere mano al funzionamento della spesa pubblica nell’economia, riducendone le dimensioni.

L’Italia rappresenta un pericolo per l’Europa, o pensa piu’ a Spagna e Francia?

L’Italia e’ il punto di svolta, se regge l’area euro regge. Se salta l’Italia salta l’euro. E’ troppo grande per essere salvata e troppo grande per essere esclusa. Ed e’ a rischio per lo stock di debito accumulato.

Prelievo forzoso: un pericoloso precedente nell’area euro o un “nuovo normale” che nasconde l’intenzione dell’Europa di fare pagare i fallimenti bancari ai correntisti piu’ benestanti e non piu’ ai contribuenti “innocenti”?

E’ un’arma a doppio taglio perche’ nei paesi periferici dove le banche sono un anello debole della catena come nel caso di Spagna, Irlanda, Italia (sottocapitalizzate) e Cipro e’ molto rischioso per le conseguenze che potrebbe avere sul sistema finanziario. Nell’isola hanno cercato di ovviare imponendo tassi sui depositi piu’ alti, che hanno peggiorato i conti degli istituti di credito. Minare la fiducia nelle banche rischia di peggiorare la loro situazione finanziaria.

Bisognerebbe sempre cominciare dagli azionisti e per ultimi i depositanti. Nel caso di Cipro azionisti e obbligazionisti non ci sono. Il caso dell’isola e’ particolare, perche’ era possibile scaricare i costi all’estero sui russi. Questo non accadrebbe in molti alti paesi europei. Dovrebbero sempre pagare gli azionisti, ma bisogna anche vedere caso per caso verificando se ce ne sono abbastanza e se le misure cosi’ intraprese sarebbero sufficienti.

Per contattare l’autore Twitter @neroarcobaleno; daniele@wallstreetitalia.com