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“La fusione e l’integrazione della Popolare Sondrio in BPER presentano elementi di incertezza e rischiosità”. Così scrive la banca valtellinese in merito all’Ops promossa da Bper che partirà ufficialmente lunedì 16 giugno 2025.
Un’ operazione importante che potrebbe portare alla nascita di un gruppo bancario ancora più forte e radicato sul territorio. Ma, nonostante l’annuncio a effetto, l’accoglienza non è stata delle migliori. Al contrario: la Popolare ha risposto con toni molto critici, sollevando diversi dubbi sull’intera operazione.
Pop Sondrio contesta l’Ops di Bper: ecco i punti critici
La Popolare di Sondrio contesta innanzitutto il tempismo dell’operazione. L’offerta di BPER, infatti, è stata annunciata prima della presentazione del nuovo piano industriale 2025-2027. E questo, secondo il CdA della banca, è un problema serio. Perché? Perché il piano industriale rappresenta una bussola per capire dove sta andando l’azienda, quali sono gli obiettivi, le strategie e le potenzialità.
Senza questi dati, qualsiasi valutazione rischia di essere parziale. E secondo Popolare di Sondrio, la proposta di BPER sottovaluta il reale valore della banca, proprio perché non tiene conto di questi elementi fondamentali.
Il premio offerto agli azionisti? “Troppo basso”
Un altro punto critico mosso dalla Popolare riguarda il valore dell’offerta. Solitamente, in operazioni simili, chi lancia l’OPS offre un premio rispetto al prezzo di mercato delle azioni, proprio per incentivare i soci a cedere le proprie quote. In questo caso, invece, il corrispettivo proposto è stato sempre inferiore al valore di mercato. Un’anomalia che, secondo Popolare di Sondrio, non si può ignorare: si tratterebbe di una delle poche offerte in cui non solo il premio è minimo, ma addirittura il valore offerto è a sconto.
Ma non è solo una questione di valutazioni di mercato. Popolare di Sondrio fa notare che, accettando l’offerta di BPER, gli azionisti potrebbero trovarsi con un dividendo ridotto, sia nel breve che nel medio periodo.
La banca valtellinese infatti ha una politica di distribuzione dei dividendi più generosa rispetto a quella di BPER, e questo potrebbe tradursi in minori entrate per i piccoli risparmiatori e investitori che decidessero di aderire all’operazione.
Nessun piano industriale all’orizzonte
Uno dei punti più critici sollevati dal CdA riguarda la mancanza di trasparenza sul progetto industriale futuro. A oggi, infatti, BPER non ha presentato un piano industriale combinato che mostri concretamente come le due realtà verranno integrate, quali saranno le sinergie e dove si genereranno i benefici.
In più, le soglie di adesione all’offerta (dal 35% + 1 al 50% + 1 delle azioni) lasciano spazio a molta incertezza sull’esito finale dell’operazione. Tutto questo rende difficile per gli azionisti valutare i rischi e le opportunità reali.
Occupazione: il punto più caldo della questione
Un altro tema fortemente sentito è quello dell’occupazione. La fusione tra due banche di queste dimensioni inevitabilmente impatta sul personale. E qui emergono i contrasti più netti tra le due visioni strategiche.
BPER, nel presentare l’offerta, ha indicato l’obiettivo di generare sinergie di costo per 190 milioni di euro all’anno, post integrazione. Di questi, il 40% deriverebbe dalla riduzione del personale, il resto da tagli su spese amministrative, rete filiali e IT.
Per Popolare di Sondrio, però, questo approccio contrasta nettamente con la propria visione: il nuovo piano industriale prevede infatti oltre 230 nuove assunzioni tra il 2025 e il 2027, con una forte attenzione ai giovani under 30. Negli ultimi cinque anni, l’organico della banca è cresciuto di più di 400 risorse.
La paura è che la fusione possa portare invece a licenziamenti, chiusure di filiali e perdita di legame col territorio, soprattutto nelle aree più periferiche.
Cosa succederà ora?
L’offerta partirà il 16 giugno. Sarà il mercato a decidere se e quanto aderire. Ma una cosa è certa: questa operazione sarà seguita con grande attenzione, non solo dagli investitori, ma anche da istituzioni, sindacati e territori. Perché in gioco non c’è solo il futuro di due banche, ma anche il modello di sviluppo del sistema bancario italiano nei prossimi anni.