Petrolio a un punto di non ritorno. Prezzi a $100: ora una utopia?

8 Febbraio 2016, di Laura Naka Antonelli

ROMA (WSI) – C’è la possibilità che il petrolio sia arrivato a un punto di non ritorno e che i prezzi non tornino mai più a $100 al barile. Lo ha detto, nel corso di una intervista rilasciata a Bloomberg, Ian Taylor, amministratore delegato di Vitol Group, società di trading sui mercati energetici numero uno al mondo.

“Sarà difficile assistere a un aumento significativo dei prezzi”, ed è molto più probabile che le quotazioni oscillino all’interno di una forchetta. “Immaginiamo di fatto un range compreso tra $40 e $60, che duri dai cinque ai dieci anni. La situazione è diversa dal lato dei fondamentali”.

Se tale scenario si concretizzasse, l’industria energetica soffrirebbe il periodo di bassi prezzi più lungo da quello compreso tra il 1986 e il 1999, quando le quotazioni del petrolio crude si attestarono tra i $10 e i $20 al barile.

Vitol scambia una quantità superiore ai cinque milioni di barili al giorno di petrolio crude e prodotti raffinati – tale da poter soddisfare le esigenze di Germania, Francia e Spagna – e le sue opinioni sono attentamente monitorate dal settore petrolifero.

Riguardo al trend dl 2016, la società ritiene che forse un recupero ci sarà nel secondo semestre dell’anno, quando i prezzi saliranno fino a $45-$50 al barile.

Ma il problema è “che c’è così tanta offerta”; inoltre, continua l’esperto, l’Iran sta tornando sul mercato e la crescita dei mercati emergenti, che sono il vero motore del mercato delle materie prime, sta rallentando.  Così il manager:

“La Cina è cambiata”.

E di certo non aiuta la politica decisa dall’Opec, che nel novembre del 2014 ha dato un taglio netto al passato, annunciando l’intenzione di mantenere invariata la produzione di petrolio, al fine di difendere la propria posizione nel mercato.

Il cartello, poi, ha formalmente eliminato lo scorso dicembre anche i limiti dell’offerta, intensificando la guerra di prezzi tra i produttori ad alto costo come gli Usa (per le operazioni di estrazione e lavorazione del gas di scisto), il Mare del Nord, il Canada, il Brasile e l’Angola.

 

Anche Taylor parla della possibilità che ci sia alla fine un accordo tra i paesi Opec e non Opec – come la Russia – per tagliare la produzione.

Sempre Bloomberg rende intanto noti i dati della Commodity Futures Trading Commission degli Usa. Dai numeri emerge che il totale delle scommesse sul prezzo del WTI crude (dunque sia scommesse rialziste che ribassiste) sono salite nella settimana terminata lo scorso 2 febbraio a quota 497.280 tra contratti futures e opzioni, attestandosi al massimo da quando la Commissione ha iniziato a monitorare i dati, nel 2006.

In particolare, le posizioni short degli speculatori sono salite di 17.229 contratti, o +9,7%, a 196.048 futures e opzioni, appena al di sotto del record di sempre testato tre settimane prima mentre le posizioni long, ovvero le scommesse rialsziste, sono balzaye di 12.051 a 301.232, al massimo dallo scorso giugno. Le posizioni nette lunghe sono infine calate -4,8%.