Pensioni: donne penalizzate, pochi assegni e più bassi rispetto agli uomini

14 Novembre 2019, di Alessandra Caparello

Le pensioni di vecchiaia erogate alle donne sono il 48% in meno rispetto a quelle erogate agli uomini, quelle anticipate il 20% in meno.
Così rivela l’analisi elaborata dall’ufficio Previdenza della Cgil Nazionale insieme all’Inca, e presentata nel corso del secondo appuntamento della campagna ‘Rivolti al Futuro’.

Pensioni: Ape sociale e Precoci poco usate dalle donne

Le disuguaglianze di genere presenti nel mercato del lavoro si ripercuotono anche sul sistema previdenziale afferma il sindacato secondo cui l’83% delle pensioni integrate al minimo sono liquidate alle donne, che ricevono una pensione di vecchiaia che ammonta a 645 euro lorde al mese.
Le donne sono penalizzate anche per l’accesso alla pensione anticipata. Hanno potuto usufruire di strumenti come Ape sociale e Precoci solo rispettivamente il 34% e il 17% delle lavoratrici. Secondo la Confederazione, anche ‘Quota 100’ resta una risposta “parziale”. Infatti, sulla base di alcune stime del sindacato le donne che nel 2019 utilizzeranno tale misura saranno circa 40mila, il 26% del totale (pari a 144mila).

Il quadro di forti disuguaglianze è aggravato dalla normativa attuale che prevede vincoli anche reddituali di accesso alla pensione.
Infatti, come evidenzia la Cgil le lavoratrici che andranno in pensione con il sistema contributivo (tra il 2035 e il 2040) saranno costrette ad aspettare i 73 anni di età poiché il loro reddito non supera di 2,8 volte (1280 euro) o 1,5 volte (680 euro) l’assegno sociale.

“Per rimuovere le attuali disuguaglianze – dichiara il segretario confederale della Cgil, Roberto Ghiselli – serve una riforma complessiva dell’attuale sistema pensionistico, così come proponiamo nella Piattaforma unitaria elaborata con Cisl e Uil. Per il dirigente sindacale “vanno riconosciute le diverse condizioni delle persone, a partire da quelle di genere, bisogna prevedere una vera flessibilità in uscita, tutelare le carriere discontinue, il lavoro di cura prestato in ambito familiare, che per il 68% è a carico delle donne”.
“Inoltre – prosegue Ghiselli – è urgente intervenire per garantire una piena e regolare copertura previdenziale alle lavoratrici in part time verticale ciclico, che ad oggi, non vedendosi riconoscere i contributi nei periodi di sosta lavorativa, sono costrette ad andare in pensione più tardi”.