Pensione anticipata a 62 anni, ma con un assegno ridotto

17 Maggio 2013, di Redazione Wall Street Italia

ROMA (WSI) – Con qualche gradualità, prendono corpo le idee con cui il neoministro del Lavoro Enrico Giovannini intende mettere mano (con l’intento di risolvere delle «emergenze») al sistema pensionistico, a quello degli ammortizzatori sociali e al mercato del lavoro. Le emergenze sono la Cig in deroga; dopo il decreto arriverà una riforma della cassa integrazione e una diversa armonizzazione con l’Aspi.

La seconda è il calo delle assunzioni; in arrivo c’è una riforma della legge Fornero. La terza sono gli esodati; qui arriverà una consistente flessibilizzazione delle regole per il pensionamento. Consentendo di anticipare l’età di uscita, ma pagando una «penale» sull’importo dell’assegno. E – incidentalmente – togliendo dal tavolo la mina vagante degli esodati generati dalla riforma Fornero.

Ieri, intervenendo in Parlamento, Giovannini ha sviluppato proprio quest’ultima idea, accennata da Letta nel suo primo intervento alle Camere. In altre parole, c’è l’intenzione di introdurre meccanismi di flessibilità nell’uscita dal lavoro con penalizzazioni, ma «restando attenti alle implicazioni sulle persone» e su quelle della «sostenibilità finanziaria del sistema». A quanto si sa, la fascia di flessibilità per il pensionamento anticipato rispetto all’età di vecchiaia dovrebbe essere di tre-quattro anni. Quindi per gli uomini potrebbe essere fissata intorno ai 62-63 anni (dal 2013 l’età di vecchiaia è a 66 anni e tre mesi) con una penalizzazione «proporzionale».

Oggi le donne possono anticipare il pensionamento a 58 anni e 35 di contributi, dovendo però calcolare l’assegno con il meno vantaggioso metodo contributivo. Un’altra strettissima scappatoia è prevista pure dalla legge Fornero, ma bisogna avere 42 anni e cinque mesi di contributi (caso rarissimo) o 41 e 5 per le donne. Come ha detto il presidente dell’Inps Antonio Mastrapasqua, questa flessibilizzazione sarebbe «assolutamente sostenibile». Sembra contraria la Cgil, che tuona contro «la penalizzazione delle persone»; forse è un tentativo di rendere il taglio dell’assegno meno consistente, sulla base della proposta dell’ex-ministro Cesare Damiano, che prevedeva una penalizzazione di solo l’8% per chi andrebbe via a 62 anni, del 6% a 63, e così via fino a 66 anni, per poi passare a un «premio». Va da sé che anticipando il pensionamento si «svuoterebbe» il bacino degli esodati rimasti.

Per il rifinanziamento della Cig in deroga si è deciso di limitare l’esborso a 800 milioni, che dovrebbero arrivare dal fondo per il salario di produttività e dal fondo per la formazione finanziato dalle imprese. Un’altra idea che non piace al leader Cgil Susanna Camusso. Resta il fatto che il ministro sostiene che a questo punto poi bisogna «rivisitare» lo strumento della Cig in deroga. Come? Secondo il sottosegretario al Lavoro Carlo Dell’Aringa di qui al 2017, anno in cui questo strumento non esisterà più e sarà sostituito dall’universale Aspi, finanziata da lavoratori e imprese, bisognerà introdurre «meccanismi per corresponsabilizzare tutti». In pratica, per tagliare la spesa, saranno intensificati i controlli quando si concede la Cig in deroga e quando il lavoratore la percepisce. Ci penseranno le Regioni, che dovranno cofinanziarla. Il rischio è che tanti lavoratori vengano tagliati fuori.

Infine, sempre Dell’Aringa ha indicato in che modo cambierà la riforma del mercato del lavoro. «Il contratto di lavoro a termine e quello di apprendistato non vanno penalizzati, soprattutto in un congiuntura come questa in cui le imprese raramente assumono a tempo indeterminato». Quindi, «mettere troppi paletti nel tempo determinato o nell’apprendistato non va bene e quindi da quel punto di vista le norme vanno allentate». Insomma, salteranno le causali e le imprese potranno assumere a termine o apprendisti più facilmente.

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