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Pd e l’incubo dei traditori pronti a salvare il Cavaliere

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ROMA (WSI) – Per il Pd è ormai un incubo. È il voto sulla decadenza di Silvio Berlusconi. Incontrollabile. Adatto alle incursioni dei franchi tiratori. Potenzialmente devastante. Eppure, una semplice pallina di carta potrebbe inceppare il meccanismo, incrinare la segretezza e decidere la conta più significativa della Seconda Repubblica. Condannando il Cavaliere all’esclusione.

Tutto ruota attorno a un piccolo, semplice foglio accartocciato. Inserito nell’urna, è capace di bloccare il pulsante sul “sì” alla decadenza e sconfiggere i franchi tiratori. Perché un dito può cambiare direzione all’ultimo momento, mentre la pallina resta immobile sulla decisione. «In linea teorica – ammette sconsolato Lucio Malan – è possibile usare la pallina o qualsiasi diavoleria di piccole dimensioni, facendo poi finta di votare»

Sono ore di studio, nel quartier generale democratico. E il terrore corre lungo un rettangolo di dieci centimetri per tre. Lì, in quell’urna elettronica, il parlamentare poserà la mano dopo aver abilitato il voto con la scheda. Ed è sempre lì, da sinistra a destra, che sono incastrati i tre pulsanti con la sequenza ‘A.Si.No.’ (astenuto, favorevole, contrario).

Per allontanare definitivamente il Cavaliere da Palazzo Madama, la maggioranza assoluta dei senatori deve esprimersi per il sì. Per salvarlo, invece, in 43 devono disobbedire al gruppo. Inimmaginabile controllare il voto, sostengono molti senatori. «Totalmente impossibile – sostiene il dem Stefano Ceccanti perché quando si mette la mano non si riesce a capire nulla».

E in effetti il dato di partenza, verificato, è che è impossibile controllare la scelta di un senatore che vota con tre dita. La ‘buca’ elettronica è profonda e i movimenti così impercettibili da impedire al compagno di banco la verifica di un voto espresso. Per stanare quindi i franchi tiratori ed evitare una catastrofica resa dei conti con la base, a largo del Nazareno le stanno studiando proprio tutte. Anche la pallina di carta.

Sempre dal vicino di scranno, comunque, bisogna partire. Solo chi siede accanto può ‘controllare’ che la linea indicata dal gruppo venga rispettata. E attingendo a una prassi parlamentare parecchio elastica, la pallina si presta perfettamente allo scopo.

Si inserisce sotto gli occhi del vicino e si blocca il pulsante fino a votazione conclusa. In passato, raccontano, c’è chi ha provato anche a utilizzare strumenti alternativi: una moneta da due euro o un legnetto di piccole dimensioni.

Una tecnica rodata nel tempo, sussurrano in Senato, utile ai parlamentari che in votazioni multiple scelgono di pigiare sempre lo stesso pulsante. Un’altra misura alternativa per aggirare il segreto tombale passa dal voto con un solo dito. Va posizionato vistosamente sul pulsante centrale, poi si spinge sotto gli occhi del vicino di scranno. Si vota con l’indice (meno lungo del dito medio), rendendo più faticosa – e soprattutto più visibile – un’eventuale incursione su bottoni diversi.

Resta però sempre un margine a disposizione dei franchi tiratori. I parlamentari intenzionati a mantenere il riserbo possono sempre sfruttare alcune “falle” del sistema elettronico. Quando si pigia il pulsante, il voto è inserito e la mano può essere ritirata. Se si preme però un altro tasto, il voto cambia. Un cambio rapido potrebbe insomma ingannare il vicino di banco.

La battaglia parlamentare si deciderà in pochi attimi. E un segretario d’Aula del Pdl come Lucio Barani è pronto a combattere: «Verificheremo la regolarità del voto. Passerò tra i banchi. La pallina? Non è regolare». In linea teorica, spiega però Malan, si può utilizzare. Ma il punto è la volontà del senatore: «Deve poter esprimere la propria idea. Se è il capogruppo a chiedere di filmare il voto o mettere la pallina… beh, il principio non è garantito».

Chi può infine rendere ancora più complicato il compito del Pd è il M5S. Su Facebook Luigi Di Maio ha proposto ai grillini di abbandonare l’Aula al momento del voto, lasciando «Pd e Pdl soli a scannarsi». Assottigliando, però, il margine dei fautori della decadenza. Di Maio ha successivamente rettificato «era solo un personale auspicio» – ma l’incognita agita i sonni dei democratici.

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