Otto anni fa crac Lehman, oggi rischia questo colosso

15 Settembre 2016, di Daniele Chicca

NEW  YORK (WSI) – Otto anni fa, dopo più di un secolo e mezzo di storia, ha chiuso i battenti una delle società di investment banking più importanti al mondo. Stiamo parlando del crac di Lehman Brothers, la più grande bancarotta della storia degli Stati Uniti. Era uno dei primi operatori nel mercato dei titoli di Stato americani. La caduta del castello di carta dei mutui subprime l’ha messa ko il 15 settembre 2008.

ll governo ha lasciato che fallisse e facesse ricorso al Chapter 11, la procedura di amministrazione controllata, dopo che il gruppo ha annunciato di aver accumulato 613 miliardi di dollari di debiti bancari. Otto anni dopo il mondo finanziario non sembra però avere imparato dai propri errori.

“Il settore bancario non si è ancora ripreso”, secondo David Buik, osservatore di mercato presso Panmure Gordon. “Sebbene il mercato abbia accolto con favore le misure straordinarie intraprese dalle autorità di politica monetaria – i grandi piani di quantitative easing hanno permesso di prendere tempo e hanno riportato fiducia – le misure delle autorità di regolamentazione hanno lasciato un segno nelle banche di tutto il mondo.

“Il crac di Lehman Brothers ha reso le società finanziarie consapevoli del fatto che la cosa più importante è la fiducia. Riconquistarla ha richiesto cambiamenti culturali e strutturali che pochi anni prima sarebbero stati impensabili”, ha detto in una email alla CNBC Michael Cole-Fontayn, presidente della regione EMEA presso BNY Mellon.

“Dal 2008 le banche di tutto il mondo – osserva sempre Cole-Fontayn – hanno rafforzato i propri bilanci e hanno iniziato a aumentare i livelli di capitale e a detenere un numero maggiore di attivi liquidi. La gestione del rischio è diventata fondamentale”.

Le banche sono tornate alle origini, cercando di ridurre le attività ad alto rischio come la cartolarizzazione e gli strumenti derivati. Non tutti gli istituti sono riusciti a mettersi completamente al sicuro tuttavia. Basta guardare ai casi di Deutsche Bank e Credit Suisse in Europa.

Una bomba 20 volte il Pil tedesco

Lo stato di salute del settore bancario è ancora molto fragile e otto anni dopo la crisi subprime nata in America, il sistema europeo è messo peggio di quello statunitense. Le ragioni principali sono il contesto di tassi ultra bassi in Eurozona, le incertezze legate alla Brexit e la crescita economica più fiacca.

In Borsa i titoli del gruppo tedesco e di quello svizzero sono crollati ai minimi di sempre dopo l’esito del referendum del 23 giugno. Anche Royal Bank of Scotland e altri titoli italiani come Unicredit hanno perso enorme terreno (nel caso della banca scozzese il -35% da fine giugno), ma Deutsche Bank presenta un problema ben più grave: la sua esposizione esagerata al mercato dei derivati.

La presenza di asset rischiosi in portafoglio ha portato alcuni analisti a fare paragoni con Lehman Brothers. I Cds a cinque anni (contratti per assicurarsi contro un eventuale default) della banca numero uno in Germania sono saliti a 235 punti base, il livello più alto tra tutte le banche d’affari del mondo. All’inizio dell’anno quotavano 95 punti base, stando ai dati di Markit.

Ma c’è una cifra che dovrebbe far suonare un campanello d’allarme in tutte le sale operative e uffici presidenziali europei: 75 mila miliardi di dollari di derivati iscritti nel portafoglio di Deutsche Bank sono un valore spropositato, pari a 20 volte più grande del Pil tedesco. Dopo che la divisione americana del colosso bancario è stata bocciata agli stress test quest’anno, è partito il conto alla rovescia di quella che potrebbe essere una bomba a orologeria del calibro di Lehman.