Mercati

Oro: la corsa non è finita, analisti scommettono su rimbalzo fino a $ 4.000 l’oncia

La corsa dell’oro appare tutt’altro che conclusa. Dopo aver raddoppiato il proprio valore in soli cinque anni, il metallo prezioso resta il bene rifugio per eccellenza in un mondo attraversato da instabilità politica, tensioni commerciali e fragilità economiche. Ne sono convinti gli analisti di UBS che, nell’ultima edizione della House View – Daily Europe, hanno alzato il target sul prezzo dell’oro a 3.700 dollari entro giugno 2026, contro i 3.500 stimati in precedenza e i 3.334,52 dollari l’oncia intorno ai quali si aggirano le quotazioni in mattinata. Ma non basta. In caso di deterioramento delle condizioni geopolitiche o di una nuova crisi economica, UBS non esclude uno scenario “risk-on” in cui l’oro possa spingersi fino a 4.000 dollari l’oncia.

Le stime di UBS

Secondo la casa d’affari elvetica, dopo il rally dei primi mesi del 2025 – culminato ad aprile con il nuovo massimo storico oltre i 3.450 dollari l’oncia – il metallo giallo ha rallentato, oscillando in un intervallo più stretto. Un consolidamento che, secondo gli strategist di UBS, non è il preludio a un’inversione ma solo a una pausa fisiologica in un trend destinato a proseguire.

La chiave, spiegano gli strategist guidati da Mark Haefele e Giovanni Staunovo, sta nel calo atteso dei rendimenti reali e nella debolezza del dollaro. L’oro, per sua natura privo di cedole o interessi, si muove tradizionalmente in senso opposto ai rendimenti reali: quando questi scendono, si riduce il costo-opportunità di detenere il metallo giallo rispetto ad attività remunerative come Treasury e obbligazioni societarie. Con l’inflazione che inizia a riflettere gli effetti dei dazi e con un mercato del lavoro in fase di progressivo rallentamento, la Federal Reserve appare orientata a proseguire il percorso di allentamento monetario. Ne consegue una prospettiva di discesa ulteriore dei tassi reali, che storicamente ha sempre rappresentato un potente catalizzatore per i prezzi dell’oro.

Il quadro è ulteriormente rafforzato dalle dinamiche valutarie. L’oro è prezzato in dollari e tende quindi a muoversi in maniera inversa al biglietto verde: un dollaro forte ne comprime il valore relativo per chi investe in altre valute, mentre un dollaro debole lo rende più accessibile e ne alimenta la domanda. UBS prevede che, con la Fed impegnata a recuperare terreno sul fronte dell’allentamento, il dollaro possa indebolirsi nei prossimi dodici mesi. A pesare saranno anche le preoccupazioni croniche sullo squilibrio fiscale degli Stati Uniti, che mantengono elevata la percezione di rischio e rendono meno attrattivi gli asset denominati in dollari.

ETF e banche centrali: il carburante del rally

Ma non è solo la macroeconomia a fare da traino. A sostenere il metallo prezioso è la domanda d’investimento, tornata protagonista nel 2025. Gli afflussi verso gli ETF sull’oro hanno segnato, secondo il World Gold Council, il miglior semestre dalla crisi finanziaria del 2010. Un risultato che testimonia il rinnovato interesse degli investitori istituzionali e retail verso il metallo come strumento di copertura. UBS sottolinea come le posizioni nette speculative e le consistenze complessive degli ETF restino ancora lontane dai massimi storici, suggerendo che ci sia ulteriore spazio di crescita. Per questo la banca ha rivisto al rialzo le stime di domanda da ETF a 600 tonnellate per l’intero 2025, oltre un terzo in più rispetto alle previsioni precedenti.

Il sostegno arriva anche dalle banche centrali, che da anni hanno intrapreso un percorso di graduale ma costante de-dollarizzazione delle riserve. Un sondaggio condotto dal World Gold Council rivela che la quasi totalità degli istituti monetari intende mantenere o aumentare le proprie detenzioni di oro. Un trend che, insieme alla domanda privata, porterà il fabbisogno globale a crescere del 3% fino a 4.760 tonnellate, il livello più alto dal 2011.

La dimensione geopolitica

Se i fondamentali finanziari e monetari sostengono la corsa, il quadro geopolitico ne rafforza la narrazione. L’oro ha guadagnato il 26% dall’inizio dell’anno, sovraperformando azioni e obbligazioni, in un contesto segnato da un mix esplosivo: conflitti in Ucraina e Medio Oriente, la nuova “guerra dei dazi” innescata da Donald Trump, il deficit Usa ai massimi storici e interrogativi sull’indipendenza della Fed. Non sorprende, quindi, che UBS ribadisca l’indicazione di mantenere in portafoglio un’allocazione strategica di medio livello sul metallo, quale strumento di diversificazione e copertura.

Ma UBS non è una voce isolata tra le case di investimento un progressivo ulteriore rafforzamento dei prezzi. C’è chi vede la corsa dell’oro spingersi ancora oltre in tempi più rapidi. Un’analisi condivisa da Peter Kinsella, direttore globale della strategia Forex in Uba, secondo cui le battute d’arresto del 2023, del 2024 e dell’estate 2025 non hanno fatto che rafforzare il trend rialzista di fondo. Kinsella prevede che la domanda sostenuta delle banche centrali e la fragilità macro Usa spingeranno l’oro a 4.000 dollari l’oncia entro l’inizio del 2026, anticipando di fatto lo scenario più ottimistico delineato anche da UBS.