Le sanzioni occidentali fanno della Russia il nuovo Iran?

18 Marzo 2022, di George Brown (Schroders)

Dopo l’illecita invasione dell’Ucraina, che ha inflitto danni indicibili a milioni di persone, la Russia è ora il Paese che ha ricevuto più sanzioni al mondo. Sono state introdotte più di 2.000 sanzioni occidentali aggiuntive contro un gruppo di individui, società e istituzioni. Inoltre, sono state anche implementate misure per escludere la Russia dai sistemi internazionali di pagamento, dall’uso delle principali valute di riserva o dall’accesso a tecnologie chiave come i semiconduttori.

Qual è l’impatto a breve termine delle sanzioni?

Sembra inevitabile che la Russia subisca una profonda recessione: Mosca si era costruita una riserva di guerra pari a 643 miliardi di dollari, diversificando le partecipazioni in valuta estera diversa da quelle occidentali per resistere alle minacce esterne. Ma le mosse a sorpresa degli alleati occidentali hanno messo sotto pressione il sistema bancario e il rublo, tanto che la Banca Centrale è stata costretta ad alzare i tassi in modo aggressivo e a imporre controlli sui capitali.

Quale l’impatto a lungo termine?

Ci sono diverse ragioni per ritenere che l’economia della Russia sarà più debole, anche se in passato le sanzioni hanno portato a risultati diversi. L’analisi delle dichiarazioni governative da parte del Global Sanctions Database suggerisce che la metà delle sanzioni non raggiunge il risultato desiderato. Quelle che hanno successo sono di solito imposte rapidamente e multilateralmente, al fine di limitare la capacità di adattamento del Paese target, e possiamo dire con certezza che questo è stato il caso della Russia. Uno studio empirico degli accademici tedeschi Neuenkirch e Neumeier sottolinea l’importanza della collaborazione internazionale: gli autori stimano che le sanzioni delle Nazioni Unite porteranno a una riduzione di più di 2 punti percentuali nella crescita del PIL pro capite per un periodo di 10 anni.

In confronto, le azioni unilaterali prese dagli Stati Uniti causeranno un calo di meno di 1 punto percentuale su un orizzonte temporale più breve di sette anni. La crescita russa era già debole con una media di appena l’1,8% nello scorso decennio. L’azione coordinata di sanzioni imposte dall’Occidente suggerisce che potrebbe addirittura fermarsi nel prossimo decennio.

Il lato dell’offerta dell’economia russa sarà quasi certamente colpito. L’esodo di massa delle multinazionali porterà a una disoccupazione strutturalmente più alta e a una produzione più bassa. Gli investimenti soffriranno a causa dell’incertezza e le restrizioni tecnologiche costringeranno il Paese a diventare più autosufficiente. Tuttavia, l’annientamento dell’offerta significa che dovrà anche importare più beni, spingendo l’inflazione al rialzo.

Ottenere la valuta estera necessaria per finanziare queste importazioni dipenderà fondamentalmente dalla capacità della Russia di esportare petrolio e gas, che rappresentano circa il 15-20% del suo PIL. I Paesi occidentali stanno accelerando il passo per porre fine alla loro dipendenza dall’energia russa, un’impresa particolarmente difficile per l’UE, che importa circa il 40% del suo gas naturale dalla Russia. La Cina e gli altri mercati emergenti saranno in grado di compensare parzialmente il conseguente calo della domanda, ma Pechino probabilmente otterrà uno sconto significativo da Mosca e potrebbe procedere con cautela per paura di essere coinvolta in sanzioni secondarie.

Le sanzioni all’Iran suggeriscono cautela

Ci sono numerosi casi di mercati emergenti che hanno affrontato una simile disruption sul lato dell’offerta. Sanzioni, cattiva gestione economica, o una combinazione delle due cose, impongono una grande pressione sulle importazioni, che alla fine genera carenze sia di valuta estera che di beni. Ne consegue inevitabilmente un’inflazione strutturalmente più alta, che porta a una crescita economica più debole e a un deprezzamento sostenuto delle valute. Esempi in questo senso includono Argentina e Venezuela, ma forse il paragone più rilevante è l’Iran.

L’Iran era un grande esportatore di petrolio negli anni ‘70, con circa l’11,5% della produzione globale. Aggressive riforme di modernizzazione hanno portato a una crescita annua del PIL di quasi il 10%, ma hanno anche gettato i semi della rivoluzione del 1979. La produzione di petrolio è diminuita di 4,8 milioni di barili al giorno (circa il 7% della produzione globale), causando una crisi energetica globale che ha portato il mondo alla recessione.

Le sanzioni hanno successivamente inflitto un pesante tributo all’Iran. Embarghi petroliferi e restrizioni tecnologiche hanno visto la sua principale industria soffrire di un sottoinvestimento cronico. Oggi la produzione è di un terzo inferiore ai livelli pre-rivoluzione a piena capacità, e il FMI stima che il prezzo di pareggio del petrolio sia di 400 dollari al barile.

L’inflazione affligge il Paese, alimentata da carenze diffuse e dal deprezzamento della valuta iraniana, il rial, che in 40 anni è sceso da 70 a 42.000 rispetto al dollaro, un calo annuo composto del 17%. Sul mercato nero, viene scambiato vicino a 300.000. La significativa caduta in disgrazia di Teheran è un avvertimento che Mosca non può ignorare. Le sanzioni possono avere effetti contrastanti, ma lasciano cicatrici profonde e durature sul Paese target. Anche se sopraggiungerà il rimorso, è improbabile che un voltafaccia del governo possa fare la differenza. La sua reputazione è stata distrutta agli occhi del mondo e potrebbe non riprendersi più.