Cina, i rischi e i consigli per gli investitori dopo la crisi Ucraina

21 Marzo 2022, di Redazione Wall Street Italia

La Cina è “spettatrice” interessata al conflitto tra Russia e Ucraina, in particolare per i tanti scambi commerciali con Mosca. Una situazione che dev’essere valutata con attenzione dagli investitori, per cogliere criticità e occasioni di business in un tale scenario. Ad approfondire il tema è un report di UBP (Union Bancaire Privée).

Il primo rischio da tenere bene a mente è quello dell’inflazione. Le conseguenze della guerra e delle sanzioni contro la Russia hanno aumentato di molto il sentiment globale di avversione al rischio e innescato un sell-off sui mercati azionari globali. Nel frattempo, le materie prime e altre asset class considerate safe haven sono salite. I mercati finanziari sembrano in graduale fase di normalizzazione, ma non è chiaro quanto tempo ci vorrà prima che i prezzi delle materie prime calino. Questo perché, nelle supply chain globali delle materie prime, gli squilibri dell’offerta possono muoversi con una certa lentezza. La situazione in Ucraina si evolverà nei prossimi mesi, ma è sicuro che i prezzi rimarranno più alti più a lungo, con i costi dell’energia sempre in primo piano.

La Cina subirà gli effetti della situazione attuale principalmente in tre ambiti: risk-sentiment, scambi commerciali e aumento delle attese sull’inflazione. Sul sentiment, inciderà senz’altro la situazione attuale e il contestuale aumento dei tassi della FED. Sugli scambi per Pechino il commercio con Mosca valeva solo l’1% del PIL. A livello di settori, petrolio e gas sono di gran lunga le maggiori importazioni delle economie asiatiche dalla Russia. Tuttavia l’impatto indiretto, attraverso le supply chain, può essere significativo e difficile da quantificare. Sull’inflazione, come anticipato, è previsto l’impatto più significativo. Le sanzioni sulle esportazioni russe eserciteranno pressioni al rialzo sui prezzi globali di energia e altre materie prime, traducendosi in un aumento dell’inflazione importata in Asia.

Inoltre, Pechino possiede vaste riserve di carbone, ma dipende ancora dalle importazioni di prodotti energetici per il 15% della domanda interna. In ogni caso, queste pesano sul PIL per meno dello 0,5%, e pertanto l’impatto dovrebbe comunque essere gestibile. Infine, l’aumento dei prezzi potrebbe non essere una cattiva notizia per tutti: l’Australia e l’Indonesia sono grandi esportatori netti di energia e beneficeranno del contesto attuale.

In conseguenza di questi fattori, il quadro macroeconomico è possibile impegnativo nel primo semestre, per poi farsi meno complesso nel secondo. Oltre a dover affrontare una contrazione della liquidità, i mercati asiatici dovranno fare i conti anche con una riduzione della domanda derivante dall’aumento dei prezzi e dalle interruzioni alle supply chain. Sebbene siano i maggiori importatori del continente asiatico, la Cina non figura tra i più colpiti.  In termini relativi l’impatto verrà avvertito maggiormente in Corea, Singapore, Hong Kong e Thailandia. Logicamente, tutto ciò si rifletterà sui mercati. Le valute come il dollaro australiano e lo yuan cinese stanno performando meglio del won sudcoreano e della rupia indiana.

In questo contesto, ecco tre accortezze che gli investitori dovrebbero adottare: ridurre il rischio rimanendo concentrati su utili di alta qualità; diversificare con materie prime e altre asset class che beneficiano dell’aumento dell’inflazione; difendersi da potenziali rischi al ribasso attraverso posizioni asimmetriche e soluzioni alternative.