Morto un altro partito, addio SEL di Vendola (che diventa renziano)

18 Giugno 2014, di Redazione Wall Street Italia

ROMA (WSI) – Sì definitivo dell’Aula della Camera al decreto Irpef. Il testo è stato approvato a Montecitorio con 322 sì, 149 no e 8 astenuti. Sel si è dichiarata a favore, come aveva preannunciato il leader Nichi Vendola, ma due suoi deputati (Giulio Marcon e Giorgio Airaudo) si sono astenuti, in dissenso con la decisione del gruppo parlamentare.

Vendola: ma restiamo all’opposizione. «A un sì al dl Irpef che sia uno scivolo per progressivamente avvicinarsi all’area di governo io dico no – dice Vendola – Capisco che ci sia anche una forte fascinazione verso Matteo Renzi ma siamo all’opposizione».

Nuovo show di Gianluca Buonanno nell’Aula della Camera: il deputato leghista, già multato per aver esibito nell’emiciclo una spigola, nel suo intervento ha puntato il dito contro le “balle” del governo sul decreto Irpef estraendo un flacone per fare le bolle di sapone. Mentre il deputato soffiava, facendo le bolle, tra le risate dei colleghi di gruppo, la presidente Laura Boldrini ha definito il suo comportamento «una manifestazione indegna» e ha fatto intervenire i commessi.

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Con 322 favorevoli e 149 contrari, il decreto Irpef riceve anche il via libera della Camera e viene dunque convertito in legge, a 5 giorni dalla sua scadenza. Ma il voto di oggi invita a leggere tra le righe dei numeri, cominciando dall’alto numero degli assenti: sono 150, tra i quali diversi deputati di Sel in dissenso dalla decisione del proprio gruppo di votare sì al provvedimento.

Alcuni escono allo scoperto: uno di loro, Giulio Marcon (ex portavoce di Sbilanciamoci, intervenuto in Aula insieme all’ex Fiom Giorgio Airaudo) afferma che i dissidenti sarebbero circa la metà del gruppo. Eppure, l’ordine di Vendola – o forse la presa d’atto del rischio enorme di chiudersi in un angolo, favorendo così l’esodo di altri parlamentari verso il Pd – ha la meglio, e non sfugge il dettaglio che la dichiarazione di voto sia affidata a Titti Di Salvo, certamente meno vicina al Pd rispetto al capogruppo Gennaro Migliore, a voler testimoniare che si tratta di una decisione condivisa da tutto il partito.

Le motivazioni del voto favorevole sono un po’ ballerine (Di Salvo parla di senso di responsabilità, quando certamente alla maggioranza non mancavano i numeri per approvare il testo, e di stimolo all’azione di un governo a cui proprio ieri Sel ha negato la fiducia), ma la scelta politica appare obbligata: il dibattito apertosi nella stessa lista Tsipras, tra chi voleva l’adesione al PSE e chi invece ha preferito la sinistra radicale, dimostra la paura (legittima e fondata) di sprofondare nell’irrilevanza.

E così, in attesa che l’incontro di oggi con Vendola chiarisca (se possibile) la linea futura, il partito si spacca e finisce infilzato da più parti: da un lato, il Pd riscuote con soddisfazione e ringrazia; dall’altro, le altre forze di opposizione ironizzano su un’imminente entrata di Sel in maggioranza. Un po’ è anche frutto dell’apertura, vera o tattica che sia, dei Cinquestelle al dialogo sulle riforme (“Ma non si pensi che siamo diventati buoni”, avverte il pentastellato D’Incà), nel giorno in cui Berlusconi cerca uno strappo sul presidenzialismo per spingere Renzi a scegliere da che parte stare.

Quegli stessi Cinquestelle che oggi, unendosi ai centristi della maggioranza, hanno denunciato i due principali difetti del decreto appena approvato: il non tenere conto del Fattore famiglia negli 80 euro (che per un lavoratore single possono essere molti, per una famiglia numerosa monoreddito molto pochi) e l’escludere dalla platea alcune categorie, compresi gli incapienti. Il Pd, da parte sua, promette che nella legge di stabilità verranno trovate le risorse ed annuncia l’inasprimento della lotta agli evasori: in particolare, dice Causi, degli evasori di Iva, la tassa meno pagata d’Italia.