Mercati emergenti in fase orso: “trader vogliono uscire”

6 Settembre 2018, di Mariangela Tessa

I numeri ci sono tutti. Con un calo dei 20% dai massimi di gennaio, i mercati azionari emergenti ( EM index) sono ufficialmente entrati in fase ribassista. E quest’anno la striscia negativa è la più lunga in dieci anni ovvero dalla grande crisi finanziaria del 2008 (vedi grafico in fondo).

I venti di guerra commerciale tra Cina e Usa, le preoccupazioni sul contagio dalla crisi turca e la politica moneteria restrittiva della Fed potrebbero – secondo gli analisti di Capital Economic – allargare ulteriormente i contorni della crisi in atto. Per non parlare dell’apprezzamento del dollaro USA che ha ulteriormente complicato i problemi alla luce dei debiti record.

“Fino ad ora abbiamo avuto una serie di scosse isolate, ma questa settimana sembra più una vendita generalizzata”, ha dichiarato Gene Frieda, strategist della Pimco di Londra. “Alcuni investitori non vogliono altro che uscire” dal mercato.

Se è vero che la Turchia e l’Argentina restano gli anelli più deboli della catena, per paura di un contagio gli investitori stanno cercando di ridurre la loro ampia esposizione su valute, azioni e obbligazioni nei vari paesi in via di Sviluppo.

“Gli investitori non guardano più al singolo fattore, ma più in generale sono terrorizzati dall’effetto contagio”, ha affermato Dwyfor Evans di State Street Global Markets.

Mercati emergenti: quattro scenari possibili

Guardando avanti, c’è, tra tuttavia chi vede la svolta in positivo dietro l’angolo. Tra questi spicca James Barrineau, Head of Emerging Markets Debt Relative,  di Schroders.

“Storicamente, sono tre i segnali di vendita nel ciclo dei mercati emergenti che devono materializzarsi prima che gli investitori possano iniziare a comprare nuovamente l’asset class. Ebbene, sembra che due di questi siano già stati raggiunti” scrive l’esperto in una nota:

1 – Rafforzamento del dollaro = vendere gli emergenti

Il dollaro statunitense si è rafforzato di oltre il 7,5% dal 16 aprile, mentre l’indice che traccia i bond sovrani degli emergenti denominati in dollari è in calo di circa il 4,9% da inizio anno e quello denominato in valuta locale perde circa il 9,5%.

2 – L’apprezzamento del dollaro crea turbolenze internazionali e tra gli emergenti = vendere gli emergenti

Ciò avviene quando i Paesi emergenti con i maggiori fabbisogni di finanziamento esterni, misurati principalmente dai deficit delle partite correnti, subiscono le pressioni del mercato. La Turchia e l’Argentina sono due di questi Paesi. I bond turchi denominati in dollari sono in calo di oltre il 15% e la lira turca di oltre il 25% da inizio anno. Contemporaneamente, i bond argentini denominati in dollari perdono oltre il 16% e il peso il 33%.

3 – La risposta politica affronta in modo intermittente lo stress da liquidità = vendere le ultime rimanenze di mercati emergenti

Ci siamo. L’Argentina ha ricevuto i finanziamenti del Fondo Monetario Internazionale e rinnovato l’impegno a livello di politica monetaria, riducendo la volatilità sul fronte valutario. La Turchia ha imposto delle restrizioni ai creditori turchi che utilizzano la lira nelle transazioni di scambio valutario, con l’effetto di aumentare i costi di trading per gli speculatori esteri e operare un giro di vite sugli investitori che shortano la lira. Ankara si è anche assicurata dei finanziamenti dal Qatar e ha promesso di implementare ulteriori misure fiscali.

“Il punto di svolta per gli emergenti – dice l’esperto – in genere arriva dopo che questi tre primi punti si sono materializzati”.

4 – Il punto di svolta: gli avvenimenti sui mercati sviluppati provocano una svolta nella liquidità = comprare gli emergenti

“Se le turbolenze internazionali o tra gli Emergenti dovessero iniziare a impattare gli Stati Uniti a livello di fondamentali, allora la Federal Reserve farebbe intendere di voler rallentare il ciclo di inasprimento della politica monetaria. È questo che ha innescato la ripresa molto solida degli Emergenti a inizio 2016 e lungo tutto il 2017. Un rallentamento negli Stati Uniti esacerbato da un dollaro troppo forte o da una drastica correzione azionaria potrebbe avere un effetto analogo. Gli effetti negativi della guerra commerciale sugli Usa avrebbero anch’essi un impatto simile”.

Quando arriverà la svolta?

Il grande interrogativo consiste nella distanza tra il punto tre e il punto quattro. La misura delle vendite viste ad agosto, tuttavia, aumenta le probabilità perché i mercati aprano un margine di salvezza per gli investitori, fornendo alcune rassicurazioni a coloro che comprerebbero emergenti, nell’attesa che il punto 4 si materializzi. Come per molti punti di svolta, questo momento sarà probabilmente visibile solo col senno di poi”.