Editoriali

Italia, il prezzo della sfiducia lo paga il risparmio

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Italia, il prezzo della sfiducia lo paga il risparmio

Siamo arrivati all’assurdo: le banche che dicono ai clienti di riprendersi i loro soldi e chiudere i conti. Sembra una di quelle notizie impossibili, quelle a cui fai fatica a credere. Invece è proprio così. Le banche si trovano nella scomodissima posizione di prendere decisioni sofferte che mai avrebbero pensato di dover solo considerare.

Millesettecentoquarantasei miliardi di euro. È questo il valore impressionante di quanto è depositato in conto corrente dagli italiani. Risparmi, tantissimi, ma anche tanti depositi di moltissime imprese. Quella massa di denaro rappresenta la fotografia di un’Italia congelata e impaurita che non investe sul futuro, che non ha la capacità di interpretare correttamente il futuro, che non ha più voglia di progettare, che pensa che il domani sarà peggio di ieri.
Ma il conto corrente, al di là di non riuscire a produrre interessi, produce tante spese. Ogni anno è stato calcolato che deve essere messa in conto una perdita di circa 13,5 miliardi. È come se avessimo creato noi stessi, con le nostre scelte, una nuova imposta patrimoniale sul risparmio, un’ imposta da 13,5  miliardi di euro.

Ma di chi è la responsabilità di tutto questo?

Soffrono le banche, chiamate a fare ciò che non vorrebbero, a pagare conti salati a causa dei tassi negativi solo per mantenere i soldi dei risparmiatori in conto corrente. Soffrono i risparmi. Pensate, dai dati ufficiali Abi il risparmio degli italiani nel corso degli ultimi 12 mesi (settembre 2019 – settembre 2020) è cresciuto, si fa per dire, dello 0,6% e in questa crescita sono compresi non solo il rendimento del vecchio risparmio già accumulato, ma anche quanto di nuovo è stato messo via nel corso dell’anno.
È un dramma. Un vero dramma. Perché in un Paese come il nostro, con un debito pubblico galoppante, l’unica tutela per il futuro è rappresentata proprio dalla crescita dei risparmi privati. La crescita dei risparmi è il miglior modo per proteggersi da qualunque cosa succeda ai conti pubblici. È il modo migliore per garantirsi un futuro meno incerto di quanto non si creda oggi. Soffre il Paese. Molte aziende non ricevono più liquidità sufficiente per potersi ricapitalizzare, crescere e investire, e poter così competere in un mondo in cui la sfida si fa sempre più forte. E le aziende che hanno liquidità non investono perché non hanno orientamenti corretti.

Ma tra le componenti del sistema di cui abbiamo parlato chi non ha fatto bene il proprio dovere? I risparmiatori? Dare sempre addosso a loro credo sia davvero poco elegante e giusto. I risparmiatori sono diventati il “bancomat” dello Stato. Quando si ha bisogno di soldi basta aggiungere un’imposta e il gioco è presto fatto.
Sono diventati anche il “bancomat” delle banche stesse, basta alzare di qualche centesimo le commissioni e spese ed ecco risolti alcuni “buchetti” per le banche in difficoltà con i bilanci. Eppure, nonostante siano quelli che pagano sempre, in tanti sono pronti a riversare proprio su di loro le maggiori responsabilità.
Non si educano finanziariamente. Questa è la colpa loro assegnata. Non si preoccuperebbero dei loro risparmi, non studierebbero abbastanza.

Ma perché gli altri lo fanno? O sono le istituzioni degli altri paesi, finanziarie e non, a creare un clima di crescita formativa ed educativa? In Italia il massimo sforzo fatto è il “mese dell’educazione finanziaria” che va bene, ma andrebbe bene se fosse il “sempre” dell’educazione finanziaria e non un solo mese. Così la distanza tra finanza e risparmi cresce sempre di più.
Con la prima incapace di parlare ai secondi. E che dire delle istituzioni nazionali? È chiaro che tutto il sistema sembra non avere più gli stessi punti di riferimento di qualche anno fa, quando le banche intermediavano il risparmio e alimentavano le imprese produttive sul territorio. Ora questo flusso di collegamento si è spezzato e tra i mondi banche-risparmi-imprese-istituzioni governative sembra crearsi un contenzioso sempre più forte.

Risparmio: è venuta a mancare la fiducia

Manca la capacità da parte delle istituzioni finanziarie di ricrearla, manca la capacità da parte delle istituzioni governative (almeno così è stato finora) di ricreare la connessione persa. Anzi con gli ultimi esecutivi di governo le cose sono sicuramente peggiorate, con i fallimenti bancari e l’effetto negativo delle scelte sui Pir.
A guardare bene c’è un momento preciso che ha segnato la storia dei rapporti tra il mondo finanziario e quello del risparmio. Quel momento è rappresentato dalla data del fallimento di quattro banche: CariChieti, CariFerrara, BancaMarche e BancaEtruria. Arrivò alla fine del 2015, poco prima dell’introduzione della legge sul bail-in. Cosa ci fa pensare che sia stata proprio quella la data in cui il flusso di corrente tra i due mondi si è interrotto? Sono due gli elementi che ci portano a determinare in quella data e in quell’evento, il contesto topico di rottura: il primo è identificato da una ricerca di Pwc che dimostra come la linea di crescita dei patrimoni italiani si sia discostata dalla linea di crescita di quella di tutti gli altri paesi proprio a valle di quegli episodi. La cesura, anche se l’Italia già faticava a tenere il passo, è ben evidente nel grafico nella pagina precedente. Il secondo elemento è dato dal fatto che la crescita dei capitali in termini di depositi nei conti correnti ha cominciato ad avere il suo massimo sviluppo proprio in quel momento.
Da quei giorni, infatti, gli italiani hanno cominciato a disinvestire da obbligazioni e azioni (soprattutto di banche) riversando tutto sui conti correnti, come riportato dall’Abi.

Dal 2016 in poi la crescita delle masse depositate in conto corrente è stata tale da portare ai risultati che abbiamo tutti sotto gli occhi oggi. Ma come si esce da questa situazione di difficoltà che penalizza i risparmiatori, le imprese e le banche stesse? Difficile dirlo, ci vorrebbe una concertazione a livello nazionale che prendesse in considerazione i vari aspetti della vicenda. Il mondo del risparmio infatti ha finito per peggiorare la sua condizione di instabilità quando, successivamente ai quattro fallimenti citati prima, ne sono arrivati altri, come quelli delle due banche popolari venete, e quando sono arrivati al pettine alcuni nodi che riguardavano altri importanti istituti di credito nazionali, su tutti Mps.

Sicuramente non ha aiutato neanche la situazione legata al mondo dei Pir, strumenti di investimento lanciati con forte enfasi dal governo Gentiloni e disconosciuti dal successivo, con conseguenti danni sul denaro dei risparmiatori e altre picconate alla fiducia. L’esplosione della Pandemia ha fatto il resto. Ha costretto la gente ad aumentare il suo livello di paura e a diminuire ancor più il suo livello di educazione finanziaria e di fiducia nelle istituzioni.
Tutto questo ha portato a uno stravolgimento del sistema: 1.746 miliardi di euro nei conti correnti rappresentano l’anomalia finanziaria storica dell’Italia. Bisogna cambiare in fretta questo trend. Dovrebbe essere una questione di urgenza su cui il governo e Mario Draghi dovrebbero lavorare con cognizione di causa straordinaria.
Pensate: prendendo come riferimento i Recovery Fund, basterebbe che i 4.221 miliardi di attività finanziarie degli italiani fossero portate a una crescita diversa dal punto di vista del risultato per contabilizzare somme che l’Italia non potrebbe neanche immaginare.

Non è solo diseducazione finanziaria. Lavorare sui risparmi, in termini di crescita, potrebbe salvare tutti: risparmi, imprese, banche, Paese. E invece si sta facendo esattamente l’opposto. Non ce lo possiamo permettere.

L’articolo fa parte di un lungo dossier sul valore della consulenza finanziaria pubblicato sul numero di aprile del magazine Wall Street Italia. Leggi il sommario.