Società

Mediobanca boccia l’Opas di Mps: “Inadeguata e senza logica industriale”

Il Consiglio di amministrazione di Mediobanca ha espresso nuovamente la propria contrarietà all’offerta pubblica di acquisto e scambio (Opas) lanciata da Banca Monte dei Paschi di Siena. Nonostante l’aggiunta di una componente cash da 750 milioni di euro, la proposta è stata definita “ampiamente inadeguata” e priva di un razionale industriale.

La mossa di Mps, sostenuta dal governo, punta a trasformare lo storico istituto senese in un nuovo polo bancario capace di competere con i due giganti del settore, Intesa Sanpaolo e UniCredit. L’operazione avrebbe un valore complessivo di oltre 16 miliardi di euro e mira a un’integrazione tra le attività commerciali di Mps e quelle di investment banking e wealth management di Mediobanca.

Il successo dell’offerta permetterebbe a Mps di accedere a rilevanti benefici fiscali, ma solo a condizione di ottenere almeno il 50% più un’azione del capitale di Mediobanca. Ma gli ostacoli sono molti.

La posizione di Mediobanca sull’Ops di MPS

Nella nota diffusa da Piazzetta Cuccia, la posizione è stata chiara: il consiglio ritiene che l’offerta non tuteli gli interessi degli azionisti e presenti rischi concreti di dis-sinergie e perdita di valore. Secondo il Cda, nemmeno l’incremento del corrispettivo, con l’aggiunta di liquidità, è sufficiente a modificare la valutazione di fondo: l’operazione resta non congrua e priva di convenienza.

La decisione è arrivata a maggioranza, ma non senza divisioni interne. Sandro Panizza ha votato contro, mentre la vicepresidente Sabrina Pucci, espressione del gruppo Delfin, si è astenuta.

L’avanzata delle adesioni

Nonostante le perplessità di Mediobanca, l’offerta di Mps ha già raggiunto la soglia minima di adesione. Secondo i dati di Borsa Italiana, al momento oltre il 38,5% del capitale di Mediobanca è stato conferito all’Opas, superando così l’asticella iniziale fissata al 35%.

L’operazione si concluderà ufficialmente l’8 settembre, ma è già previsto un periodo di riapertura a partire dal 16 settembre, che potrebbe determinare ulteriori adesioni.

I grandi azionisti si schierano

La vicenda è resa ancora più complessa dalla posizione dei principali soci di Mediobanca. Francesco Gaetano Caltagirone e Delfin, la holding della famiglia Del Vecchio, detengono complessivamente quasi il 30% del capitale. Entrambi hanno espresso parere favorevole all’operazione, ponendosi così in contrapposizione con la linea del management guidato da Alberto Nagel.

Da tempo i due grandi investitori criticano l’operato del Ceo, accusandolo di aver fatto eccessivo affidamento sulla partecipazione in Generali per sostenere i risultati e di non aver rafforzato in modo adeguato il core business bancario.

Il sostegno del governo

Un elemento non secondario è rappresentato dall’appoggio politico all’operazione. Il governo italiano vede nell’acquisizione una tappa fondamentale per rafforzare il sistema bancario e favorire la nascita di un terzo grande player nazionale. La mossa di Siena appare ancora più significativa se si considera la storia recente della banca: appena otto anni fa, Mps aveva richiesto un salvataggio pubblico per evitare il tracollo.

Gli scenari possibili

Le prospettive dipendono dall’esito finale delle adesioni. Se Mps riuscisse a conquistare più del 50% del capitale di Mediobanca, si aprirebbe la strada a una gestione concordata della successione e a un’eventuale transizione meno conflittuale. Con una quota inferiore, invece, sarebbe più complicato modificare gli equilibri interni del consiglio di amministrazione e incidere sulla governance.

Un traguardo ancora più ambizioso sarebbe quello di arrivare a due terzi del capitale: una soglia che garantirebbe a Mps il pieno controllo delle assemblee straordinarie e la possibilità di accelerare il progetto di integrazione tra le due banche.

La partita in corso non riguarda soltanto il destino di Mediobanca e Mps, ma riflette una frattura più ampia: da un lato chi spinge per un’aggregazione che ridisegni la mappa bancaria italiana, dall’altro chi teme che l’operazione generi più rischi che opportunità.

Gli azionisti dovranno valutare non solo il valore immediato dell’offerta, ma anche le prospettive industriali di lungo periodo, bilanciando l’attrattiva di un maxi polo bancario con il timore di un’integrazione difficile e costosa.