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L’oro rimbalza: torna sopra i 4.100 dollari l’oncia dopo il peggior crollo dal 2013

Inizio di giornata in rialzo per l’oro, dopo la pesante correzione del 5% registrata la vigilia, a causa di prese di profitto seguite al lungo rally che aveva spinto le quotazioni su nuovi record storici, oltre i 4.000 dollari l’oncia. Il metallo prezioso resta sopra questa soglia, a conferma che lo sfondamento del tetto dei 4.000 ha fornito al mercato un segnale rialzista importante.

Questa mattina, il future sull’oro per consegna dicembre guadagna l’1% a 4.151 dollari l’oncia, mentre il prezzo spot risale dello 0,3% a 4.139 dollari, dopo aver perso ieri quasi il 5% del valore: il calo giornaliero più ampio da agosto 2020. Un movimento tecnico, spiegano gli analisti, dovuto alle prese di beneficio rapide dopo un mese in cui il prezioso aveva messo a segno un incremento di circa il 10% e da inizio anno un rialzo del 57%.

Dopo il rally, il tonfo

Dopo settimane di massimi storici, l’oro ha chiuso ieri in forte calo: ha perso 248,70 dollari, pari al 5,74%, terminando la seduta a 4.087,70 dollari l’oncia. Si è trattato, in termini percentuali, del peggior calo in una sola giornata dal 2013. Dall’inizio del 2025, tuttavia, il metallo giallo resta in rialzo di oltre il 55%.
Anche l’argento ha seguito la stessa traiettoria, cedendo quasi l’8% e scendendo a 48 dollari l’oncia dopo aver toccato i massimi da quattro anni. Una dinamica che ha coinvolto anche il platino, in calo del 7% a 1.536 dollari.

Le ragioni della correzione

Dietro la brusca discesa c’è una combinazione di fattori tecnici e geopolitici. Le prese di profitto, scattate dopo mesi di guadagni record, sono state alimentate dal parziale allentamento delle tensioni commerciali tra Stati Uniti e Cina.

Il presidente americano Donald Trump si è detto fiducioso di poter raggiungere un accordo con Xi Jinping nel vertice previsto in Corea del Sud, affermazione che ha immediatamente rafforzato il dollaro e indebolito la domanda di oro come bene rifugio. Washington sta inoltre cercando di chiudere un’intesa con l’India, che ridurrebbe dazi e incertezze su un altro fronte commerciale strategico.

A sostenere comunque le quotazioni del metallo giallo è l’attesa per la riunione della Federal Reserve: i mercati scontano ormai con quasi certezza un nuovo taglio dei tassi di 25 punti base, mentre alcuni membri del board spingono per un intervento più deciso di 50 punti. Una mossa che, se confermata, rafforzerebbe ulteriormente la prospettiva di prezzi elevati per l’oro.

“Oro, argento e titoli minerari fanno faville”

Al di là delle oscillazioni di breve periodo, l’andamento dei metalli monetari resta straordinario. Tanto da assumere un ruolo chiave nelle strategie di portafoglio. Come osserva Ned Naylor-Leyland, gestore del Jupiter Gold & Silver Fund,

“il prezzo dell’oro è in forte ascesa da oltre un anno, avendo toccato una serie di massimi storici. Inoltre, l’argento e i titoli minerari auriferi e argentiferi hanno anch’essi registrato forti rendimenti. L’aspetto particolarmente interessante è che gli investitori tradizionali hanno finalmente iniziato a prenderne atto”.

Secondo Naylor-Leyland, la corsa dei metalli preziosi è sostenuta da fattori macroeconomici di lungo periodo che difficilmente cambieranno: un dollaro più debole, il calo dei tassi reali, l’aumento del deficit americano e le tensioni geopolitiche che mantengono alta la domanda di beni rifugio.

Il gestore sottolinea anche l’arrivo di nuovi flussi negli ETF sull’oro e sull’argento, dopo una prima fase dominata dagli hedge fund:

“Nell’ultima settimana di settembre gli afflussi globali verso gli ETF sull’oro hanno superato i 3,7 miliardi di dollari, portando il totale investito a 462 miliardi”.

Un sostegno importante arriva inoltre dalle banche centrali, che secondo il World Gold Council hanno acquistato oltre 1.000 tonnellate d’oro all’anno negli ultimi tre esercizi, più del doppio rispetto alla media del decennio precedente.

Anche i titoli minerari, aggiunge Naylor-Leyland, “restano sottovalutati in rapporto ai fondamentali, con bilanci più solidi e margini di redditività in crescita”.

Il rame corre con l’intelligenza artificiale

Mentre oro e argento vivono una fase di correzione tecnica, il rame si mantiene vicino ai massimi storici. La spinta arriva soprattutto dalla domanda legata alla costruzione di data center e infrastrutture digitali, motore della nuova economia dell’intelligenza artificiale.
Secondo un rapporto di Wood Mackenzie, la domanda globale di rame crescerà del 24% entro il 2035, trainata non solo dall’espansione dei sistemi di calcolo ma anche dalla transizione energetica e dai piani infrastrutturali di Stati Uniti, India e Unione europea. Ogni veicolo elettrico, ricordano gli analisti, contiene fino a quattro volte più rame di un’auto tradizionale: un fattore che lega strettamente la rivoluzione digitale a quella ambientale.