Investimenti

L’età dell’oro: il metallo giallo guida la fine del portafoglio 60/40

Per decenni, il portafoglio “60/40” – 60% in azioni e 40% in obbligazioni – è stato la bussola di riferimento per gli investitori. Una formula semplice, capace di bilanciare crescita e stabilità. Oggi, però, quell’equilibrio appare sempre più fragile.

Inflazione persistente, tassi d’interesse elevati e debiti pubblici record hanno alterato il comportamento storico dei mercati obbligazionari, che non riescono più a svolgere il loro tradizionale ruolo di copertura rispetto all’azionario. Il risultato è un ritorno di fiamma per l’oro, divenuto per molti la nuova ancora di stabilità in un sistema finanziario in trasformazione.

La formula 60/20/20: metà delle obbligazioni sostituite dall’oro

Negli ultimi mesi, numerosi strategist hanno proposto un aggiornamento del modello classico: il cosiddetto portafoglio 60/20/20, che mantiene invariata la quota azionaria, riduce al 20% la componente obbligazionaria e destina il restante 20% ad asset alternativi, tra cui l’oro occupa una posizione centrale.

“Stiamo assistendo a un’adozione sempre più ampia di prodotti non azionari e non obbligazionari,” ha spiegato Todd Rosenbluth, Head of Research di VettaFi, in un’intervista alla CNBC. “L’oro non è più una posizione marginale, ma un pilastro strategico all’interno dei portafogli istituzionali.”

Oro: da copertura marginale a core holding

Il metallo prezioso ha registrato nel 2025 una performance eccezionale: a metà ottobre ha superato la soglia dei 4.300 dollari l’oncia, in rialzo di oltre il 60% dall’inizio dell’anno. Una crescita sostenuta dalla domanda record delle banche centrali, dal processo di de-dollarizzazione in atto in diversi Paesi emergenti e dalle tensioni geopolitiche diffuse.

“Stiamo vivendo un cambiamento profondo nella percezione dell’oro,” ha dichiarato Steve Schoffstall, direttore della divisione ETF di Sprott Asset Management, intervistato da CNBC. “Per lungo tempo è stato considerato un investimento di nicchia o una semplice copertura, ma oggi si sta affermando come una componente centrale della costruzione di portafoglio.”

Secondo Schoffstall, una corretta esposizione al metallo prezioso si colloca “tra il 5% e il 15% del portafoglio complessivo”, anche se il concetto emergente di 60/20/20 suggerisce una quota strutturalmente più ampia per gli asset alternativi.

Flussi record verso gli ETF sull’oro

La corsa verso il metallo giallo si riflette nei dati di raccolta dei fondi. A settembre, gli ETF sull’oro hanno registrato afflussi netti per quasi 11 miliardi di dollari, secondo il World Gold Council – il miglior risultato mensile di sempre.
Lo SPDR Gold Shares (GLD), il principale fondo quotato sull’oro, ha raccolto oltre 4 miliardi di dollari nel solo mese di settembre e altri 1,3 miliardi nelle prime due settimane di ottobre.

Nel complesso, il flusso netto di capitali verso i fondi legati al metallo ha superato i 38 miliardi di dollari dall’inizio dell’anno, segnalando un ritorno d’interesse non solo tattico ma strutturale.

Oro come scudo contro l’erosione monetaria

Dietro la rinascita dell’oro si nasconde una motivazione profonda: la crescente sfiducia verso la stabilità monetaria. L’espansione dei bilanci pubblici e la progressiva erosione del potere d’acquisto delle valute tradizionali hanno riportato il concetto di “debasement trade” – la corsa agli asset reali come difesa contro la svalutazione monetaria.

“Quello che stiamo osservando oggi è un cambiamento di percezione: l’oro non è più soltanto una copertura contro l’inflazione, ma una forma di riserva di valore strutturale,” ha aggiunto Schoffstall.

Rischi e prospettive

Nonostante la corsa record, gli esperti invitano alla prudenza. “Questo non è il momento di inseguire i rendimenti di breve periodo,” ha avvertito Rosenbluth. “Il vero obiettivo dell’oro nel portafoglio è quello di agire come contrappeso durante le fasi di volatilità azionaria e di riduzione dei rendimenti obbligazionari.”

Anche se la storia mostra cicli di forte rivalutazione seguiti da fasi di consolidamento, la domanda reale — trainata da banche centrali, investitori istituzionali e industrie tecnologiche — suggerisce che il metallo giallo potrebbe restare un protagonista di lungo periodo.

Bitcoin e cripto: l’altra metà dell’alternativa

Accanto al metallo giallo, il bitcoin si impone come l’altra gamba della diversificazione. La regina delle criptovalute ha toccato un nuovo massimo storico a 126.000 dollari il 6 ottobre, sostenuta da un’ondata di acquisti istituzionali e dai flussi record nell’iShares Bitcoin Trust ETF (IBIT), che in un solo giorno ha raccolto oltre 1 miliardo di dollari.

“Alcuni consulenti spingono la quota crypto fino al 40%, ma la media si stabilizza intorno al 20%,” osserva Rosenbluth. “Si tratta di strumenti con nature diverse: l’oro è un asset ‘risk off’, mentre il bitcoin rappresenta la componente ‘risk on’ del portafoglio alternativo.”

Tuttavia, il 2025 ha anche mostrato la volatilità intrinseca del comparto: dopo il picco storico, il bitcoin ha ceduto oltre l’8% in una settimana.

Anche l’argento ha catturato l’interesse degli investitori, con un balzo a 53,59 dollari l’oncia, record assoluto. Diversamente dall’oro, la domanda è sostenuta da fattori industriali: elettrificazione, automazione e transizione energetica. “L’argento ha oltre 10.000 utilizzi industriali, è un metallo che unisce finanza e manifattura,” ricorda Schoffstall.

Oltre ai metalli e alle criptovalute, cresce infine il peso del credito privato, diventato un canale d’investimento da trilioni di dollari. Tuttavia, la recente bancarotta del gruppo automobilistico First Brands ha acceso i riflettori sui rischi di eccessiva concentrazione e di un possibile “mini-bubble” nel settore.