Fonte: getty
Mentre le quotazioni del greggio continuano a correre sull’escalation militare in Medio Oriente, gli analisti di Goldman Sachs tornano a mettere in guardia il mercato: se le interruzioni delle forniture attraverso lo Stretto di Hormuz dovessero protrarsi, il Brent potrebbe risalire fino a 120 dollari al barile entro il quarto trimestre, avvicinandosi ai massimi di 126,4 dollari toccati durante la fase più acuta del conflitto tra Stati Uniti e Iran della scorsa primavera.
Le stime di Goldman Sachs
Si tratta dello scenario più severo delineato dalla banca d’affari, che continua comunque a ritenere più probabile una graduale de-escalation delle tensioni. Nello scenario centrale, infatti, Goldman conferma una previsione di 80 dollari al barile nel quarto trimestre del 2026 e di 75 dollari nel 2027, assumendo un progressivo allentamento del confronto tra Washington e Teheran.
Gli analisti guidati da Daan Struyven sottolineano però come i rischi siano ormai chiaramente sbilanciati verso un ulteriore rialzo dei prezzi, alla luce del fatto che questa nuova fase di tensione arriva con scorte mondiali relativamente contenute, elemento che rende i prezzi più sensibili a eventuali interruzioni delle forniture.
A limitare il rialzo potrebbero essere invece il rallentamento della domanda cinese e una maggiore elasticità dei consumi globali, fattori che nello scenario base continuano a sostenere l’ipotesi di un graduale rientro dei prezzi nei prossimi mesi.
Il mercato torna a prezzare il rischio geopolitico
Intanto, oggi, per la quinta seduta di fila le quotazioni greggio continuano a crescere. In mattinata il Brent guadagna oltre il 2,5%, arrivando a toccare 96,49 dollari al barile, il livello più elevato da oltre sei settimane, dopo il balzo di oltre tre dollari registrato nella seduta della vigilia. Anche il Wti statunitense è salito fino a 88,42 dollari, in rialzo di quasi il 2%.
A sostenere il rally è soprattutto il deterioramento della situazione lungo le principali rotte energetiche mondiali. I Guardiani della Rivoluzione iraniani hanno dichiarato che lo Stretto di Hormuz è sotto il loro controllo e “completamente chiuso” finché proseguiranno le operazioni militari statunitensi nell’area. Secondo Teheran, nessuna petroliera potrà attraversare lo stretto senza il coordinamento con le autorità iraniane.
La tensione è ulteriormente aumentata dopo l’incendio di una petroliera, provocato – secondo la versione iraniana – da un’esplosione avvenuta lungo una rotta ritenuta minata nelle acque meridionali dello stretto, al largo dell’Oman. Altre due navi cisterna avrebbero invertito la rotta.
Il doppio fronte tra Hormuz e Mar Rosso
A complicare il quadro c’è anche il nuovo fronte aperto dagli Houthi nello Yemen. Le milizie filoiraniane hanno rivendicato un’operazione contro due petroliere saudite nello stretto di Bab el-Mandeb, porta d’accesso al Mar Rosso, sostenendo di aver costretto una decina di navi a rinunciare alla traversata dopo aver intimato loro di non dirigersi verso i porti sauditi. Fonti della sicurezza marittima riferiscono che una delle imbarcazioni indicate dagli Houthi, la petroliera saudita Encelia, sarebbe stata effettivamente colpita.
Per gli operatori si tratta di uno scenario particolarmente critico. Per la prima volta da anni il mercato deve infatti fare i conti con il rischio di interruzioni simultanee nei due principali colli di bottiglia del commercio energetico mondiale: lo Stretto di Hormuz, da cui passa circa un quinto del petrolio globale, e il Bab el-Mandeb, snodo essenziale per le esportazioni dirette verso l’Europa attraverso il Canale di Suez. Secondo Priyanka Sachdeva, senior market analyst di Phillip Nova, il mercato si trova di fronte a un rischio raro, con possibili shock contemporanei sulle due rotte. Il recente rialzo riflette il ritorno del premio geopolitico, ma per assistere a un rally ancora più marcato sarà necessario che le interruzioni del traffico marittimo si traducano in reali perdite di offerta.
Effetti immediati sui carburanti
L’accelerazione del greggio si riflette già sui prezzi alla pompa, che tornano a salire dopo la flessione registrata a giugno in seguito al fragile accordo di tregua.
Secondo gli ultimi dati diffusi dal Ministero delle Imprese e del Made in Italy, il prezzo medio nazionale della benzina self service è salito a 1,957 euro al litro (da 1,949 euro), mentre il gasolio ha raggiunto 2,141 euro (da 2,124 euro). Sulla rete autostradale la benzina self si attesta a 2,048 euro al litro, mentre il diesel arriva a 2,213 euro.