Londra: produce un terzo ricchezza nazionale, ma il ceto medio sta scappando

19 Novembre 2013, di Redazione Wall Street Italia

ROMA (WSI) – La lista delle città britanniche con la più alta qualità della vita, compilata dal think tank Demos e da una società di analisi della City, contiene numerose sorprese: in testa ci sono Reading e Bracknell, due località di cui pochi al di fuori dell’Inghilterra avranno mai sentito parlare, seguite da Aberdeen, Southampton, Preston e Bristol, non proprio in cima all’elenco dei posti che uno desidererebbe visitare da queste parti.

Ma la sorpresa maggiore è in fondo alla lista: in ultima posizione, alla pari con l’anonima Middlesbrough, c’è Londra. Pur producendo un terzo della ricchezza nazionale, avendo i musei, parchi, teatri, negozi, ristoranti più belli ed essendo meta di milioni di turisti da tutto il mondo, la capitale non è il luogo in cui la maggior parte dei sudditi di Sua Maestà preferiscono vivere.

Al contrario: è il luogo da cui scappano. «La mancanza di case a prezzo accessibile, la congestione del traffico, strutture pubbliche come scuole, trasporti e ospedali insufficienti, superano di gran lunga i vantaggi di risiedere all’ombra del Big Ben», osserva John Hawksworth, uno degli autori del rapporto. «Londra ha successo», conclude l’analista, «ma è un successo pagato a caro prezzo, troppo caro per molti».

Tra coloro che non se ne sorprendono c’è Michael Goldfarb, un columnist del New York Times che vive da anni nella metropoli lungo il Tamigi, autore di un articolo che nei giorni scorsi ha fatto scalpore sulle due sponde dell’Atlantico. «Londra – denuncia il giornalista americano – sta svuotandosi. La classe media se ne va. Conosco coppie con due ottimi lavori, incarichi di prestigio, che la abbandonano a malincuore per andare a stare nei sobborghi o più lontano, semplicemente perché non riescono più ad avere qui il tipo di vita a cui aspiravano».

E Goldfarb offre una spiegazione del fenomeno: negli ultimi vent’anni la capitale è diventata una città polarizzata, di ricchi e poveri, schiacciando la middleclass: «Il mercato immobiliare londinese è appannaggio dei super-ricchi della terra, che parcheggiano qui i loro soldi con la prospettiva di vederli crescere del 10 per cento annuo».

Questa, in effetti, è la percentuale di cui sono aumentati i prezzi delle case a Londra nel 2012. Ma sono aumentati della stessa pazzesca percentuale nel solo mese di ottobre di quest’anno: il sintomo di una “febbre del mattone”, come testimonia un sondaggio secondo cui oggi Londra ospita più residenze per miliardari, case dai 50 milioni di sterline (60 milioni di euro) in su, di qualsiasi altra città del pianeta.

Questi Paperoni russi, cinesi, indiani, arabi comprano a Londra come investimento o per venirci magari due settimane all’anno. Tutti coloro che hanno soldi da parte ne vogliono un pezzo: italiani, spagnoli, greci, rivelano le agenzie immobiliari, sono arrivati a frotte negli ultimi anni di crisi dell’eurozona.

Il risultato è che i prezzi salgono come se fossero drogati. Il costo medio di un’abitazione in città, perlomeno nei quartieri del centro (Westminster, Kensigton e Chelsea) ha raggiunto il milione di sterline. Per questo gli amici del columnist del New York Times, e tanti altri come loro, fuggono da Londra. Non è soltanto una metafora.

Provate a girare in macchina verso le otto di sera nelle zone più chic della metropoli e l’impressione di svuotamento balza agli occhi: le belle case attorno a Regent’s Park o le eleganti stradine di Belgravia sono tutte al buio, non una finestra illuminata. Lì dentro non ci vive nessuno.

Non è del tutto, esatto, naturalmente, che Londra si stia svuotando. La sua popolazione, che nel 1981 era intorno ai 7 milioni di abitanti, è cresciuta attualmente a 8 milioni e mezzo e si prevede che salirà a 9 milioni entro il 2020 e a 10 milioni nel 2030. Ma ad arrivare sono un pugno di ultra-ricchi e una moltitudine di poveri.

Quelli che possono mandare i figli alle scuole private d’elite da 30 mila sterline (35 mila euro) di retta annua e curarsi presso le cliniche private di Harley street (dove peraltro non si trova un medico bianco anglosassone protestante a pagarlo a peso d’oro: sono tutti indiani, pachistani, egiziani, brasiliani); e quelli che vanno a stare nelle sterminate periferie disagiate, preda di gang, abusi e violenza, espulsi mano a mano che avanza la gentrification (da “gentry”, piccola nobiltà), ovvero la ristrutturazione dei quartieri poveri per darli ai ricchi (Shoreditch e Stratford, il quartiere delle Olimpiadi dell’estate 2012, sono due casi recenti).

Il mensile Prospect, che dedica la copertina dell’ultimo numero a questo esodo della middleclass dalla capitale, definisce il fenomeno “la sindrome di Londra”: come una malattia in cui si diventa vittime del proprio successo. «Se una città perde la sua classe media, la sua borghesia, perde l’identità che ha contribuito a rafforzarla e a renderla un luogo vibrante e affascinante nel corso dei secoli», concorda il commentatore del New York Times Michael Goldfarb.

La soluzione, suggerisce la rivista, è costruire più case popolari, scuole statali, ospedali, ovvero fare qualcosa per arginare l’emorragia di chi opta a malincuore per Reading, non potendo più permettersi Londra. La tentazione pericolosa, obietta Boris Johnson, sindaco della capitale, è prendersela con i ricchi: «Dobbiamo ricordare che l’1 per cento della popolazione con il reddito più alto produce il 30 per cento delle tasse nazionali, senza contare quello che dona in beneficenza e che spende a sostegno del consumo, dovremmo dichiararli eroi e la regina dovrebbe nominarli cavalieri, altro che farne un capro espiatorio dei problemi di Londra».

Il sindaco non ha tutti i torti: negli ultimi cinque anni l’economia a Londra è cresciuta del 12,4 per cento mentre nel resto della Gran Bretagna tra il 2 e il 6 per cento, a testimonianza di quanto sia importante il suo ruolo come traino della produttività nazionale. Londra e per esteso il Regno Unito possono continuare a brillare, «se smettiamo di prendercela con banchieri e immigrati », taglia corto l’Economist.

Ma le città, come scrive Peter Ackroyd in London, splendida biografia dell’antica Londinium fondata dai Romani, sono come «un essere vivente»: se togli loro la linfa vitale, quell’insieme di artigiani, bottegai, artisti, studiosi, professionisti, che ne hanno meglio rappresentato l’anima, dai tempi di Shakespeare alle bombe naziste del Blitz, dal declino degli anni ’70 al boom dell’era della Thatcher e di Blair, non sono più la stessa cosa.

«Se vogliamo che Londra resti quello che è e anzi progredisca, occorre ridurre lo spaventoso gap tra ricchi e poveri che la sta trasformando », dice David Lammy, il giovane deputato laburista che ambisce a diventare nel 2016 (sfidando proprio il conservatore Johnson) il primo sindaco nero della capitale.

«Non c’è bisogno di scatenare una caccia alle streghe contro i super-ricchi per cominciare a difendere meglio i diritti del cittadino medio», rassicura Lammy, che promette di battersi «per il 99 per cento» e non a caso, appena annunciata la candidatura a sindaco di Londra, è corso a New York a prendere lezioni da Bill de Blasio, il democratico italo- americano neo-eletto primo cittadino della Grande mela con un programma radicale come non se ne sentivano da tempo in America.

La “sindrome” di Londra va curata prima che sia troppo tardi, avverte il deputato di colore. Per scongiurare che diventi, come nell’indimenticabile romanzo di Dickens, la storia di due città, “il migliore dei tempi” per pochi previlegiati, “il peggiore dei tempi” per tutti gli altri.

Il contenuto di questo articolo, pubblicato da La Repubblica – che ringraziamo – esprime il pensiero dell’ autore e non necessariamente rappresenta la linea editoriale di Wall Street Italia, che rimane autonoma e indipendente.

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