Società

Linkiesta non va, dimissioni

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NEW YORK (WSI) – Uno dei piu’ recenti esperimenti di nuovo giornalismo online arriva al capolinea. Parlano da soli i documenti pubblicati sul sito Linkiesta (sotto in questa pagina) che hanno il sentore delle… “dure repliche della storia”: su internet in Italia tutti chiacchierano (e scrivono) accumulando nel frattempo perdite di bilancio senza fine (nell’ordine di milioni di euro l’anno; non solo Linkiesta, ma anche altre realta’ milanesi che sbandierano successi di traffico web supportati soltanto dal profondo rosso dello stato patrimoniale). Basti leggere la lunga lista dei redattori che il dimissionario direttore de Linkiesta Jacopo Tondelli ringrazia, lasciando il suo posto, per capire che il ‘business plan’ non ha senso: e’ farlocco in partenza. C’e’ poi la “chiave politica”; e infine quel che puo’ essere considerato nel migliore dei casi il limite e, nel peggiore, il fallimento dello schema proprietario basato sull’azionariato diffuso. Capitali bruciati, costi fuori controllo, ricavi risibili e una linea politico/editoriale soggetta a un numero potenzialmente eccessivo di “pollici versi”, non paiono una strategia aziendale perseguibile su internet neanche per un gruppo di visionari. Un saluto da WSI a Tondelli che si e’ fatto comunque onore, e a tutta la redazione de Linkiesta, da oggi in trincea, o in fuga (l.c.)

Ecco la lettera di dimissioni di Jacopo Tondelli, direttore de Linkiesta:

Poi arriva un giorno, e ti accorgi che è il giorno in cui devi – non hai altra scelta, devi – andare via. Quel giorno per me è arrivato oggi in seguito a una decisione degli organi di gestione de Linkiesta.it che non doveva essere presa sopra la mia testa. Succede invece che, a cose fatte e decise, mi viene comunicata verbalmente la decisione “già presa” del licenziamento del condirettore Massimiliano Gallo. Non solo già presa, ma materialmente già irrevocabile. Figurarsi.

Senza neanche entrare, qui, nel percorso decisionale e nell’impianto motivazionale della scelta, mi è parso evidente quale fosse il mio dovere e dove stesse la mia dignità personale e professionale: nelle dimissioni. Perché non si può fondare un giornale come Linkiesta aderendo anche come socio all’iniziativa; non si può pretendere di fare le pulci al potere, ai suoi tic, alle sue arroganze, ai suoi errori di valutazione e gestione, per poi annuire e magari anche ringraziare di fronte a un gesto che sa, palesemente, di esautorazione. Qualunque altra mia scelta, avrebbe voluto dire accettare e anzi istituzionalizzare, dentro al giornale che ho diretto sin dalla sua fondazione e di cui sono socio, il germe di ciò che più accesamente abbiamo criticato nelle società degli altri.

Quando un rapporto finisce così, il rischio è quello di farsi travolgere dal male e non restituire la gratitudine – immensa – per questa storia. La gratitudine per aver potuto dirigere in questi due anni una squadra di professionisti eccezionali. Proprio con Massimiliano Gallo, tante volte, ci siamo trovati ad osservare le evoluzione personali e professionali, provando a guidarle e a valorizzarle. Ci siamo sorpresi nel vedere la crescita di autorevolezza e audience, abbiamo sempre sorvegliato la tentazione di pensare che fosse fatta e anzi ci siamo rimproverati a vicenda quando sopravvenivano entusiasmi troppo accesi o delusioni troppo profonde. Con il mio infaticabile compagno di cayenna Jacopo Barigazzi, socio de Linkiesta.it e caporedattore encomiabile, geyser perenne di idee e visioni che arrivavano da paesi più civili del nostro, abbiamo dato sempre materiale concreto al sogno di un giornale nuovo, che guardasse lontano e a lungo. Che facesse dell’indipendenza un faro sempre acceso a sorvegliare ogni tentazione, che neutralizzasse l’ipocrita confusione tra comunicazione e informazione, che provasse a tenere alta la tensione intellettuale rispondendo alla sacrosanta domanda di chi – in internet – cercava profondità e qualità. Con l’altro socio fondatore, Lorenzo Dilena, abbiamo condiviso il peso e la responsabilità di descrivere per numeri il capitalismo italiano e quella strana cosa che è il “mercato” in un sistema allergico a competizione, regole, dove persino le autorità preposte fanno fatica a rendere conto, e figuriamoci se lo fanno volentieri i sorvegliati… Abbiamo condiviso l’eccitazione per gli scoop e il fastidio per quando arrivavano primi gli altri: perché non abbiamo mai giocato per partecipare.

Con Paolo Stefanini, tra un reportage profetico e l’altro sul “comico in politica”, abbiamo cercato lungamente la strada che porta il miglior giornalismo a parlare la lingua di internet. Coi nostri pochi, pochissimi mezzi, abbiamo fatto per lungo periodo miracoli: ma sarebbe più corretto dire i miracoli li hanno fatti lui e il nostro grafico Carlo Manzo. Con Fabrizio Goria, mentre un uccellino che cinguetta 300 volte al giorno ci sbatte in faccia come cambia il mondo, abbiamo guardato da dentro la crisi finanziaria e dell’euro, abbiamo spiegato e documentato il default greco prima che fosse una hit. Abbiamo aiutato l’Italia a sorvegliare la sua situazione di malata d’Europa. Con Alessandro Da Rold abbiamo raccontato, passo a passo, il deflagrare di un sistema decennale, e abbiamo guardato fin nel dettaglio come il mitico “asse del Nord” si era innamorato degli stessi difetti che rimproverava al sud: o forse, li aveva sempre avuti. Con Marco Sarti, eroicamente abbandonato da solo in parlamento e nei ministeri, abbiamo guardato con dovizia di particolari il lavoro della politica, e quello dei politici. Abbiamo spulciato le carte delle commissioni, annodato i fili delle alleanze, visto mutare il clima politico e intuito l’emergere di nuovi personaggi. Con Antonio Vanuzzo abbiamo messo l’entusiasmo al servizio dell’informazione economica, del dettaglio tecnico che è importante non perdere, del lavoro più minuzioso e noioso che però rende servizio al cittadino, risparmiatore e consumatore. Con Michele Fusco abbiamo adoperato l’antidoto del cinismo e dei sentimenti, del sarcasmo e della caciara: ad alcuni, con lo stomachino delicato, le sue parole spesso non piacevano; a noi sembravano talora le uniche possibili per guardare in faccia un’Italietta immarcescibilmente simile ai propri peggiori difetti. Lungo la strada, poi, abbiamo incontrato giovani professionisti alla prima esperienza, come Marco Braghieri che è stato con noi quasi un anno, e poi Dario Ronzoni e Lidia Baratta con ancora lavorano nel seminterrato di via Brocchi e smazzano tanto lavoro senza fiatare, perché a Linkiesta si lavora parecchio. Con Giuseppe Alberto Falci, uno che ha iniziato a frequentare queste redazioni grazie alla tenacia di chi davvero vuole fare questo lavoro, abbiamo raccontato la Sicilia e la sua classe politica: uno specchio, troppo spesso snobbato, che restituisce la forma di altre latitudini. Con Marco Alfieri, firma importante del giornalismo italiano e ultimo arrivato in redazione, avevamo invece sognato, un tempo, di riannodare i fili di un ormai antico percorso professionale comune, ed è davvero un peccato che il tentativo debba abortire prima ancora di poterci provare.

Il pezzo di cammino che ha portato fin qui Linkiesta, naturalmente, non è avanzato solo sulle spalle della redazione. Abbiamo incontrato nuove intelligenze e – Dio li benedica – ci siamo portati dietro diversi maestri. Penso anzitutto a David Bidussa, il maestro che ringrazio sempre ogni volta che devo dire un grazie. A lui voglio aggiungere il nome di un grande giornalista politico, Peppino Caldarola che con la generosità del ragazzino che inizia e l’esperienza di quello che le ha viste tutte non ha mai fatto mancare la sua nota politica quotidiana, un piccola perla che mi riempiva sempre di onore. Un grazie strano e sincero lo devo a Giulio Sapelli: nei turbinii che capitano con le personalità spigolose, ha regalato a Linkiesta un grande ritratto, quasi profetico, dell’Italia dei tecnici e del suo declino. E poi penso al lavoro puntuale e originale sulle istituzioni europee svolto da Giovanni Del Re, ai consigli di saggezza di Giuseppe Baiocchi, alla puntualità di Alessandro Marzo Magno, agli obituaries di Andrea Jacchia, al santo del giorno disegnato da Jean Blanchaert, a Paolo Bottazzini, che ci insegna che l’informatica è una scienza umana, ai tanti talenti incontrati sulla nostra strada, come Valerio Bassan, Luca Rinaldi, Stefano Casertano, Edoardo Petti, Antonio Aloisi, Gabriele Catania, Stefania Divertito, Alberto Crepaldi, Andrea Moizo, Laura Lucchini e a tanti altri che mi vorranno scusare se non li menziono.

Abbiamo fatto degli errori qua dentro, naturalmente. Del resto, le cose nuove non sono notoriamente le più facili, e dovendo scegliere ogni giorno cento volte che passo fare, può capitare di sbagliare. Dalle nostre parti, tra l’altro, quando si sbaglia lo si ammette. Ma non abbiamo mai perduto di vista l’obiettivo di provare a raccontare la realtà economica, politica, sociale del paese. Con numeri, dati, inchieste, notizie esclusive, analisi di altissimo profilo per il panorama italiano, e anche qualche riconoscimento. Abbiamo giocato con le opinioni? Certo, e ci mancherebbe altro che privarsi della forza inquirente della provocazione. Soprattutto, abbiamo sempre diffidato dalle formule magiche, e a questa cosa abbiamo dato il nome di libertà e dovere.

Nel congedarmi da chi ha frequentato Linkiesta negli anni della sua fondazione, cioè i lettori, voglio ringraziarli per ultimi, ben sapendo che sono stati i primi. I primi a credere davvero alla nostra capacità di dare informazione indipendente; i primi a stimolarci e a migliorarci; e sopratutto i primi a darci l’unica vera grande soddisfazione di un giornalista: accorgersi di fare un lavoro prezioso, utile, di servizio e adrenalina, insomma un lavoro bellissimo. A tutti voi, dunque, un grazie di cuore, e un auguro di ogni bene. Lo stesso augurio che, certo di aver sempre voluto il bene per questo giornale e per questa azienda, rivolgo alla storia editoriale e imprenditoriale de Linkiesta.it.

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Ed ecco la lettera di uno dei soci, con particolari da cui si capiscono meglio alcuni retroscena.

Lettera aperta ai soci de Linkiesta

Gentili Soci,

nel giorno in cui quel presidio liberale che è il Financial Times si occupa di LK e del suo valore giornalistico – chi l’avrebbe mai detto due anni fa quando spuntammo timidi, timidi, in questo mare largo dell’informazione? – l’Editore Linkiesta si occupa invece del suo condirettore, licenziandolo (senza una parola, senza un confronto). Seguono dimissioni, non meno fragorose, del fondatore-direttore, il quale prende dolorosamente atto che il rapporto di fiducia è stato calpestato ben oltre la soglia minima di dignità.

Mi chiedo: ma cosa è potuto accadere di così sconvolgente per immaginare un filotto di queste proporzioni, da quale ispirazione liberale siete stati assistiti in quest’ultimo scorcio di tempo per produrre un terremoto di tali dimensioni? Certo, non vi è mancata la contemporaneità tra crudezza del gesto burocrate e illiberale e ipocrisia affettiva, congratulandovi addirittura in questi ultimi giorni per il nuovo arrivato in casa Gallo – per chi non lo sapesse ancora Adriano Gallo all’anagrafe.

Nella lettera con cui si chiude non soltanto un rapporto di lavoro fondamentale come quello del condirettore ma un’intera epoca di LK, sono addotti motivi economici sui quali non mi soffermerò, giacchè sull’argomento si è espresso in maniera più che sufficientemente esaustiva il direttore Tondelli.

Voglio solo dirvi qui e ora, con tutta la forza intellettuale di cui dispongo, che non è la crisi economica del nostro giornale il vero motivo per cui avete deciso di licenziare in tronco un professionista come Massimiliano Gallo. No. La verità, che probabilmente vi fa male ma che va detta senza infingimenti, è che in un’unica soluzione vi siete privati dei non allineati (Gallo, ma poi tutti gli altri a cascata volontaria, sottoscritto compreso) attraverso l’ombrello protettivo di una crisi aziendale che in realtà, nella recente assunzione di altre professionalità, giornalistiche e non, non doveva apparirvi poi così stringente.

Ma perché ripararsi dietro questa finzione, perché non dirsi in faccia – da professionisti quali ci siamo sempre considerati – i motivi per cui non vi siamo andati a genio, la ragione vera della vostra collera, perché non avere il coraggio delle proprie opinioni, perché non urlare l’autentico disappunto di cui eravate permeati ogniqualvolta le questioni politiche assumevano su LK una risoluzione giornalistica a voi non gradita?

Forza dottor Vitale, coraggio Marco Pescarmona, avanti Andrea Tavecchio, e con voi tutti quelli che in questi mesi hanno evidentemente sofferto in silenzio, perché non dite una volta e per tutte che ci spingete fuori per quella storia delle Cayman, perché – secondo voi – non siamo stati all’altezza della «battaglia culturale» che andava fatta in quel momento, perché non ci siamo scagliati con la durezza necessaria contro la corazzata Corriere quando si è permessa di muovere qualche modesto sarcasmo sulla figura professionale di Davide Serra?

La credevate una battaglia giusta e democratica, peccato che intorno a questa se ne innestasse un’altra, magari per voi piccola, modesta e insignificante ma per noi di valore primario: era una vicenda che girava intorno alla «sinistra», all’essere di sinistra oggi, ed essendo la sinistra ancora una forza che fa delle pari opportunità sociali il suo punto distintivo, l’accesso più facile e più semplice (ancorchè molto più elitario) a una fiscalità di vantaggio doveva essere trattato giornalisticamente con tutte le attenzioni e le sfumature del caso.

Noi abbiamo avuto questa sensibilità. Crediamo sinceramente di averla avuta. L’abbiamo considerata prioritaria rispetto a tutto il resto, abbiamo cercato di far digerire ai nostri lettori più sensibili l’espressione «paradiso fiscale» proprio nel segno di una modernità politica, che contemplasse il rigore delle leggi e l’evidenza di sistemi sofisticati e totalmente elitari. Siamo orgogliosi di avere interpretato le Cayman in quel modo, il direttore Tondelli, il condirettore Gallo e tutti noi che ci siamo applicati alla bisogna.

Pagare per quello, oggi ci inorgoglisce.

Michele Fusco

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MILANO (WSI) – A sorpresa Jacopo Tondelli lascia il giornale online che ha fondato, Linkiesta. Lo ha comunicato lui stesso con un editoriale pubblicato sul sito (vedi in alto pagina). Il casus belli sarebbe il licenziamento del condirettore, Massimiliano Gallo, deciso dall’editore senza comunicazione al direttore.

In realtà il vero obiettivo del siluramento di Gallo potrebbe essere proprio Tondelli. A quanto risulta a Europa, l’editore (rappresentato da Guido Roberto Vitale, ex amministratore delegato di Rcs) si ritiene insoddisfatto del lavoro dell’ufficio di corrispondenza romano, guidato da Gallo, al punto da ritenerlo un costo non più sostenibile. Gallo, in particolare, è accusato di scrivere troppo per il suo blog e troppo poco per il giornale. Un malumore che covava da un paio di mesi. Secondo alcune voci alle origini del dissidio con la direzione ci sarebbe un articolo critico con la finanza off shore di Davide Serra, organizzatore della famosa cena milanese di raccolta fondi per Matteo Renzi cui partecipò anche Guido Roberto Vitale. In redazione raccontano che l’editore avrebbe preteso una “battaglia politico-culturale in difesa delle Cayman che il giornale, ovviamente, non si è sentito di condurre”.

Dietro il licenziamento di Gallo potrebbe esserci proprio l’idea di affidare la direzione a Marco Alfieri, ex Riformista come Tondelli e Gallo, già inviato del Sole24Ore e della Stampa, da poco direttore della casa editrice digitale Link Book-Linkiesta, “il vero ideatore del progetto de Linkiesta” racconta a Europa uno degli editori, “ma che lasciò il progetto venti giorni prima per andarsene alla Stampa”. Progetto che, secondo l’editore, avrebbe bisogno di un rilancio. “Con meno aggressività e più ragionamento”. In realtà i tre giornalisti all’origine dell’idea de Linkiesta (ancora nel 2010) sono proprio Alfieri, Tondelli e Gallo, e l’addio di Tondelli («un gesto che mi ha commosso» dice Gallo) potrebbe mettere in imbarazzo proprio Alfieri. Questo pomeriggio si terrà l’assemblea di redazione.

Tondelli, milanese, classe ’78, ha lanciato Linkiesta nel 2011, caso unico in Italia di giornale nato da una vera public company.

Il contenuto di questo articolo, pubblicato da Europa – che ringraziamo – esprime il pensiero dell’ autore e non necessariamente rappresenta la linea editoriale di Wall Street Italia, che rimane autonoma e indipendente.

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Libertà di informazione e gestione delle imprese editoriali

L’Editore chiarisca, o i giornalisti se ne vanno

Dopo le dimissioni del direttore Tondelli, il comunicato della redazione de Linkiesta

Molte volte Linkiesta ha raccontato nei suoi articoli i guasti provocati alle pubbliche istituzioni e alle imprese dai comportamenti compiacenti e remissivi di professionisti e dipendenti che per quieto vivere hanno scelto di declinare docilmente le responsabilità a cui sono chiamati. Abbiamo scritto di autorità di vigilanza, banche, assicurazioni, grandi e piccole imprese, anche editoriali.

Questa volta la notizia siamo noi. Le dimissioni del direttore de Linkiesta Jacopo Tondelli e il licenziamento in tronco del condirettore Massimiliano Gallo avvengono nella settimana conclusiva della campagna elettorale. Aprono una questione che investe l’idea stessa del giornalismo e della sua indipendenza. E tocca anche fondamentali aspetti relativi alla conduzione delle imprese e all’innovazione.

Prima di ogni altra considerazione, la redazione de Linkiesta denuncia modalità e incongruenza del licenziamento del condirettore Gallo, ritenute confliggenti con i principi di indipendenza dell’informazione. Da questo atto sono conseguite le dimissioni del direttore Tondelli, che lascia Linkiesta perché ritiene violata la dignità professionale e non è stato disposto a cambiare l’indirizzo politico del giornale. A Massimiliano Gallo e a Jacopo Tondelli va intera, concreta e appassionata, la solidarietà della redazione.

Ma c’è di più. La questione esplode dopo più di sei mesi di gravi malfunzionamenti della piattaforma tecnologica, a cui l’azienda ha posto rimedio solo di recente, con ritardo ingiustificabile, e peraltro in modo parziale. I disservizi tecnologici degli ultimi mesi hanno reso inagevole, e in molti casi impossibile, l’accesso al sito da parte degli utenti, hanno frenato o inceppato il lavoro della redazione, a danno della produttività e delle potenzialità multimediali dell’offerta.

La zavorra operativa, che discende da decisioni o assenza di decisioni dell’azienda, non hanno tuttavia impedito al giornale di conquistare in soli due anni di vita una posizione di autorevolezza sul web e più in generale nel mondo dell’informazione e nel dibattito pubblico, con frequenti citazioni sulla stampa cartacea, e ancora più frequenti riprese di notizie, infografiche e argomentazioni presso altri media.

Dopo appena un anno di vita, alla testata è stato riconosciuto il “Premiolino”, storico e prestigioso premio giornalistico italiano. Linkiesta è stata inoltre citata dall’Economist, dal Wall Street Journal, dal Guardian, dallo Zeit e da giornali e magazine greci e brasiliani. La costruzione di una testata e della sua reputazione, frutto del lavoro giornalistico, ha avuto pochi giorni fa un generoso riconoscimento internazionale presso il Financial Times, esempio di giornalismo che ha sempre incontrato parole di considerazione e ammirazione presso amministratori e soci promotori de Linkiesta.it Spa.

La qualità culturale e la credibilità de Linkiesta hanno trovato ulteriore conferma nelle proposte di collaborazione avviate con primarie istituzioni quali il Bruegel di Bruxelles, che poche settimane fa è stato proclamato migliore think tank dell’Europa Occidentale e primo in assoluto nel campo della politica economica internazionale (2012 Global Go To Think Tanks Report). A ciò si aggiungono le trattative in fase avanzata con uno dei maggiori e storici centri di ricerca e formazione scientifica in Italia. Questi risultati sono stati raggiunti esclusivamente grazie alla credibilità del lavoro della redazione e dei suoi collaboratori, e senza comportare aggravi di costo sul conto economico.

Non è purtroppo possibile esprimere analoghe valutazioni sui risultati della gestione operativa aziendale come pure sulla strategie di business, invero alquanto volubili e frutto di processi decisionali non adeguatamente fondati e strutturati. Non si può nemmeno tacere, senza peccare di incompletezza, l’insufficiente attenzione dedicata alla funzione ricavi.

Questi insuccessi discendono sia da scelte gestionali sia dall’inadeguatezza della tecnologia. Lo scorso dicembre, per citare un solo esempio, l’azienda non è stata in grado di lanciare la campagna abbonamenti natalizia per il 2013. Per soprammercato, il conto economico è stato gravato da costi per nuove iniziative non previste nel business plan e che non sono in grado di produrre ricavi in un ragionevole arco di tempo. Il tutto mentre appare ancora lontano il raggiungimento del break-even del giornale.

Tutto questo avviene contestualmente a un tentativo di cambio di linea politica editoriale, e del quale nei mesi scorsi si erano manifestati i primi segnali, che la direzione uscente e la redazione avevano respinto. È appena il caso di ricordare che la nascita della Società e il rapporto di lavoro con i giornalisti fondatori sono stati costituiti sulle premesse irrinunciabili di autonomia e indipendenza del giornale, a fronte delle quali i giornalisti stessi hanno accettato riduzioni salariali rispetto alle loro precedenti occupazioni.

Per queste ragioni, i giornalisti de Linkiesta chiedono che il consiglio di amministrazione comunichi ufficialmente e in tempi brevi, e comunque non oltre il periodo di permanenza in carica del direttore Tondelli, le dovute spiegazioni in ordine a:

•le dimissioni del direttore Tondelli e le successive determinazioni della Società

•il licenziamento in tronco del condirettore Gallo

•le misure di tagli occupazionali alla luce dell’incremento, anche recente, delle spese del personale

•la posizione della Società in relazione alla regolarizzazione di quei giornalisti della redazione contrattualizzati con contratti atipici

•le altre decisioni assunte dal consiglio di amministrazione del 6 febbraio scorso e gli eventuali scostamenti in relazione al piano presentato dal direttore generale della Società

•il modello di business della Società, più volte modificato e mai perseguito in modo coerente, e le azioni operative intraprese in passato in relazione al modello dichiarato nel business plan iniziale

•il piano di investimenti in tecnologia

•una completa disclosure sulle operazioni con parti correlate

•i cambiamenti intervenuti nell’assetto proprietario, la cui pubblicità è dovuta per legge

•le modalità con cui intende procedere all’imminente aumento di capitale, e la sua entità

•le ipotesi di modifiche statutarie per rimuovere il limite del 5% dei diritti di voto

•la relazione fra tale modifica statutaria e la trasformazione della governance societaria da public company a una società con un “nocciolino” di comando vicino a gruppi di pressione politico-lobbistici legati a noti esponenti dell’attuale Governo

Una puntuale e tempestiva risposta a tutti i quesiti posti e le insufficienti garanzie sull’autonomia de Linkiesta costituiscono presupposto necessario per valutare se vi siano le condizioni per proseguire il rapporto di lavoro o se invece non si sia giunti a una situazione lesiva della dignità professionale dei giornalisti e un cambio radicale dell’indirizzo politico, da giornale indipendente a giornale di schieramento.

Tacere di fronte a strategie incerte nei contorni e nell’attuazione, a una gestione inadeguata all’importanza della sfida tecnologica e a manovre politiche e lobbistiche – tutte cose che nei suoi articoli Linkiesta ha sempre criticato – implica un tradimento delle ragioni fondative del giornale, del patto fiduciario tra azienda e i giornalisti e di quello altrettanto fondativo fra la testata e i lettori. Ed è oltretutto controproducente dal punto di vista reputazionale ed economico-aziendale, come dimostrano altre vicende editoriali più note e dimensionalmente più importanti.

* * *

La redazione de Linkiesta non ha alcuna intenzione di prestare il fianco o accettare tali manovre di cambio dell’indirizzo politico e di lesione della dignità professionale.

Perciò, in mancanza di risposte e garanzie adeguate nei termini indicati, i giornalisti de Linkiesta si riservano di rassegnare le dimissioni con effetto immediato e di adottare ogni iniziativa a tutela dei loro diritti e della loro dignità professionale.

Stay tuned.

Jacopo Barigazzi

Alessandro Da Rold

Lorenzo Dilena

Michele Fusco

Fabrizio Goria

Lidia Baratta

Dario Ronzoni

Marco Sarti

Paolo Stefanini

Antonio Vanuzzo

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Il rapporto fiduciario fin qui esistente con il direttore responsabile e con l’azienda non aveva reso necessario il ricorso alle forme di rappresentanza previste né sono mai state sollevati rilievi di sorta su straordinari non pagati, turni e materie affini. Vista la situazione che si è venuta a creare, l’assemblea dei giornalisti convocata in via straordinaria questa mattina ha deciso di procedere all’elezione di un rappresentante sindacale e ha approvato il testo del presente comunicato.

tratto da: http://www.linkiesta.it/linkiesta-comunicato-redazione

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EDITORIA: CALDAROLA LASCIA LINKIESTA.IT

Milano, 20 febbraio 2013. Il giornalista e politico Giuseppe (Peppino) Caldarola lascia la collaborazione con Linkiesta.it in seguito alle annunciate dimissioni del direttore del blog. “Ho letto dell’editoriale di Jacopo Tondelli. Con stupore, amarezza, e anche, diciamo così, un filo di incazzatura – scrive Caldarola -. Ho collaborato in questi anni su Linkiesta perché la linea portata avanti da Jacopo Tondelli e da Massimiliano Gallo mi sembrava editorialmente molto intrigante perché pluralista e piena di contenuti”. “Senza questa direzione – aggiunge – non ho alcun interesse a continuare la collaborazione con Linkiesta e mi dispiacerebbe che venisse disperso un patrimonio di professionalità e umanità che è abbastanza raro nel giornalismo attuale. Mi auguro che Jacopo resti, che resti anche Massimiliano, altrimenti questo è il mio ultimo blog”. (ANSA).

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IL CONSIGLIO DI AMMINISTRAZIONE DE LINKIESTA SCRIVE ALLA REDAZIONE

Lettera del cda (*) de Linkiesta.it S.p.A. alla Redazione

Prendiamo atto del Vostro comunicato, del quale non condividiamo né il merito, né il metodo.

Contrariamente a quanto apoditticamente affermato, sin dal giorno della sua fondazione, abbiamo sempre rispettato e garantito (e continueremo a rispettare e garantire) l’autonomia editoriale de Linkiesta.it., la cui la linea politica è esclusivamente frutto delle libere scelte del Direttore.

A nostro avviso, è proprio tale la libertà editoriale, ampiamente riconosciuta dai nostri lettori, ad avere alimentato il successo – ad oggi più di critica che di lettori – che il giornale ha sin qui riscosso. Le battaglie portate avanti da Linkiesta.it su un ampio spettro di fronti, in particolare economico-finanziari, ne sono la migliore, palese ed incontrovertibile dimostrazione.

Troviamo, francamente, sorprendente ed incredibile la lettura che, attraverso il Vostro comunicato, avete voluto dare ai lettori delle inaspettate dimissioni del Direttore Tondelli.

I legittimi orientamenti politici, anche pubblici, dei consiglieri di amministrazione e dei soci, tra loro variegati e divergenti, non solo non hanno mai influito sulla linea politica de Linkiesta.it, ma anzi rappresentano ulteriore garanzia di tale indipendenza.

Le motivazioni alla base delle scelte contestate dalla Redazione, come già ampiamente illustrato nella nostra precedente pubblica comunicazione, sono da ricondurre esclusivamente a ragioni economiche e gestionali (che, anche alla luce dell’andamento dei ricavi, impongono un ripensamento, quantomeno parziale, del modello di business ed interventi sul lato dei costi) e sono coerenti con le prerogative del Consiglio di Amministrazione. Peraltro, nessuna di tali scelte è stata presa, né tantomeno eseguita, in opposizione al Direttore.

Riteniamo, pertanto, evidentemente pretestuose o frutto di inadeguata comunicazione da parte del Direttore, le Vostre recriminazioni.

Con l’obiettivo di chiarire ogni possibile incomprensione e confrontarci serenamente sui temi da Voi sollevati, nonché di illustrarvi gli interventi aziendali intrapresi e da intraprendere alla luce dell’andamento del giornale (di cui, evidentemente, sino ad oggi non siete stati compiutamente informati), Vi invitiamo sin d’ora ad un incontro da tenersi quanto prima.

Alla luce delle dimissioni del Direttore, infine, porremo in essere, con la massima tempestività, tutti i passaggi necessari ad assicurare continuità all’attività de Linkiesta.it.

Il Consiglio di Amministrazione

(*) Sono membri del cda del Linkiesta.it S.p.A. Alfredo Scotti (presidente), Anna Maria Artoni, Kathryn Fink, Fabio Coppola, Stefano Maruzzi, Marco Pescarmona, Andrea Tavecchio

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ARTICOLO SU LINKIESTA

di Silvia Truzzi – “Il Fatto Quotidiano”

Paradise lost (con molte scuse per aver scomodato John Milton). La bufera che agita Linkiesta – quotidiano on line nato nel 2011 e finanziato da un gruppo di imprenditori, manager e finanzieri milanesi – pare nascere da una querelle tra editori e redazione su paradisi assai meno spirituali e decisamente più mondani. Quelli fiscali, che all’improvviso ridisegnano i confini del rapporto tra proprietà e testata. Duro mestiere quello dell’editore: metti i soldi in un prodotto, l’informazione, che per natura dev’essere indipendente. Come comprare un giocattolo e farci giocare un altro.

A Linkiesta, una dozzina di redattori tra Milano e Roma, tutto precipita un paio di settimane fa. Quando il cda decide di chiudere la redazione romana, dove è di stanza anche il condirettore Massimiliano Gallo, licenziato in tronco. Ieri le dimissioni, irrevocabili, del direttore Jacopo Tondelli, cui sono seguite quelle di firme come Michele Fusco e l’editorialista Peppino Caldarola. Nei giorni in cui Wolfgang Munchau, sul Financial Times cita Linkiesta, come testimonianza del fatto che Internet sta uscendo dal ghetto del giovanilismo.

Tondelli, ci racconta tutto per bene?

Le cose prendono una brutta piega il giorno dopo l’incontro di Matteo Renzi con gli imprenditori e i finanzieri, organizzato da Davide Serra a Milano.

Ma voi eravate già filo renziani, no?

Infatti il punto non è Renzi. Il giorno dopo usciamo con un pezzo di Fusco in cui si dà conto dell’atmosfera cafona di quella riunione a porte chiuse.

Bè, alcuni dei soci de Linkiesta erano presenti, come Guido Roberto Vitale: forse quello era il problema.

Non solo. I guai veri arrivano quando Bersani parla di “banditi della finanza” facendo eco al Corriere che il giorno prima aveva punzecchiato sulle Cayman, dove ha sede la società di Serra. Si voleva che Linkiesta “facesse una battaglia culturale” pro paradisi fiscali.

Scusi ma Linkiesta nasce come public company, in cui nessuno dei soci può detenere più del 5%. E la trasparenza come bandiera: non molto coerente con l’inno ai paradisi fiscali.

Infatti da qui iniziano le frizioni e s’intensificano le pressioni su di me. Ma ci sono anche questioni economiche.

Cioè?

La società parla di una impellente necessità di risparmiare. La chiusura della redazione romana vale poche migliaia di euro l’anno. E poi Linkiesta ha appena assunto Marco Alfieri, ex inviato della Stampa, come direttore della neonata casa editrice e inviato speciale del giornale. Assumendosi un onere economico importante.

Sarà il nuovo direttore?

La risposta non compete a me.