Lavoro: settimana corta a stipendio pieno in Islanda. E in Italia?

8 Luglio 2021, di Alessandra Caparello

Lavoro: settimana corta a stipendio pieno in Islanda. E in Italia?

Un successo l’esperimento partito qualche anno fa in Islanda e portato a conoscenza solo oggi: circa 2500 lavoratori operanti in vari settori, dagli uffici alle scuole materne, dai servizi sociali agli ospedali, hanno lavorato per 4 giorni a settimana anziché 5 ma con busta paga piena.

Il risultato come ha reso noto il think tank britannico Autonomy e l’islandese Associazione per la democrazia sostenibile è stato un successo visto che i lavoratori hanno parlato di un sostanziale miglioramento della loro qualità della vita con un ottimo bilanciamento tra lavoro e vita privata.
Ma ancora più interessante è però il fatto che nonostante la settimana lavorativa corta a paga piena, produttività e fornitura di servizi non sono stati invariati se non addirittura migliorati. Risultati che stanno così spingendo le aziende islandesi ad introdurre la settimana lavorativa corta.

Lavoro: settimana corta, quando in Italia?

E in Italia possiamo auspicare ad una settimana lavorativa corta a paga piena? In realtà un esempio c’è già. Come riporta Millionaire.it, il 50enne William Griffini, imprenditore e Ceo della società di head hunting Carter & Benson, a Milano, dallo scorso gennaio ha introdotto la settimana di 4 giorni.

“L’idea non è nata all’improvviso, per fare un regalo ai miei collaboratori. È stata la conseguenza di una gestione basata su fiducia, autonomia, responsabilità, sull’attenzione ai lavoratori. Dal 2005 facciamo smart working. Niente cartellino, le ferie sono libere, tutti possono fare sport due ore a settimana nell’orario di lavoro, i pasti in pausa pranzo sono gratuiti, grazie a convenzioni con bar e locali della zona (…)
Abbiamo avuto due mesi per misurare i risultati, prima della pandemia. La produttività non aumenta, i dipendenti già lavoravano tanto e bene! Ma i lavoratori godono di un maggior equilibrio tra vita e lavoro, sono motivati, responsabili, autonomi, si sentono valorizzati e questo ha ricadute positive anche sulla qualità del nostro servizio (…) Nel 2021 non possiamo più definire il rapporto di lavoro in base al tempo dato dal dipendente e al denaro corrisposto dal datore di lavoro. Bisogna valorizzare le persone” ha chiarito Griffini.