Lavoro e capitale: facciamo qualcosa di sinistra

29 Giugno 2017, di Giovanni Falcone

Nell’ultimo mezzo secolo abbiamo certamente assistito ad una profonda trasformazione della nostra società, concludendo spesso che non ci sono più i “valori di una volta”, come a dire che la sinistra di un tempo non esiste più o almeno non è più percepita come tale.

Gli anziani ed i nostalgici di un tempo che fu’, fanno fatica ad accettare queste metamorfosi che pure c’erano in passato, ma si registravano in tempi decisamente più lunghi.

Continuare ad immaginare una contrapposizione netta tra lavoro (classe operaia) e capitale (imprenditoria e classe dirigente) rappresenta ormai una visione superata, soprattutto oggi con i tanti drammi cui abbiamo assistito, di generazioni che hanno perso o non trovano il lavoro o imprenditori che, vivendo la stessa drammaticità, hanno chiuso le aziende, anche ricorrendo ahimè  a gesti estremi.

Nella storia recente, la sinistra, in analogia a quello che cerca di fare oggi l’ala più radicale,  ha sempre insistito sulla formula dell’investimento pubblico in grado di dare più lavoro e quindi più diritti alla classe operaia, pensando in tal modo di accorciare la forbice del benessere e quindi di una maggiore uguaglianza nella distribuzione della ricchezza.

E’ un concetto questo, come creare lavoro a tavolino, erogando finanziamenti pubblici a pioggia per nuove iniziative produttive – non solo nel Mezzogiorno d’Italia – inventarsi i “Lavori Socialmente Utili” e in epoca più recente i c.d. “Voucher” che ha dimostrato dei limiti, non funziona o almeno non funziona più in un mondo globalizzato.

Intanto cominciamo a dire che la “ricchezza” prima di distribuirla deve essere innanzitutto prodotta e per fare questo, bisogna creare le condizioni ideali affinché l’impresa investa e contrastando nei fatti ogni forma di delocalizzazione, come invece sta succedendo da diversi anni nel nostro Paese.

L’imprenditore che rischia i propri soldi, per definizione è alla continua ricerca delle migliori condizioni per ottenere il maggior ritorno economico ovvero, un profitto adeguato al proprio investimento. E’ questo un fatto naturale e nessuno deve sentirsi autorizzato a fargliene una colpa. Il credere in  un progetto d’impresa da parte del privato, merita il massimo incoraggiamento dallo Stato che si deve impegnare a creare le condizioni ottimali per le infrastrutture logistiche – materiali e immateriali – come “trasporto & sicurezza” in grado di competere su un mercato globale.

Dobbiamo immaginare lo Stato come colui, nella veste di arbitro, riesca a creare tutto questo garantendo il rispetto di “regole condivise” – ahimè troppe volte violate per esempio nel mondo delle banche o dell’alta finanza – che pensa al territorio, prima ancora di esercitare una burocrazia impazzita, spesso capace soltanto di produrre ostacoli ad una ripresa economica, come stiamo assistendo alle enormi difficoltà per l’avvio degli investimenti necessari nelle aree terremotate del Centro Italia.

Ridurre la burocrazia, i costi della macchina pubblica a cominciare dalla politica, facilitare i processi amministrativi, deve diventare l’imperativo nel funzionamento della Pubblica amministrazione.

Quando un’azienda decide di trasferire la propria produzione in altro Paese della Unione Europea, senza additare alcuno come ahimè spesso mi capita di leggere, ci si deve chiedere, come Stato, dove si è fallito.

La scelta dell’imprenditore di trasferirsi in altro Paese, alla ricerca di un territorio più favorevole,  da una parte va compresa e dall’altra va ostacolata attraverso processi virtuosi, che finora non siamo stati in grado di fare a cominciare da una “tassazione” ragionevole.

Per fare un altro esempio posso citare le calende greche per i tempi di approvazione di una disciplina sulla “concorrenza” che nel nostro Paese ancora manca, i tempi della Giustizia – civile e penale – in grado di aiutare l’impresa nazionale a crescere e facilitare gli investimenti esteri.

Il lavoro, per concludere, si crea enfatizzando i punti di forza che abbiamo e che tutti ci riconoscono come sistema Paese – turismo e bellezze storiche delle nostre città d’arte – pensando alla cura dell’ambiente, territorio e sicurezza come uniche opportunità per crescere e creare occupazione.

Invece di dire come in passato “Dicci qualcosa di sinistra” mi viene da dire “Facciamo qualcosa di sinistra!”