Economia

La ricetta di Dalio per evitare il collasso del debito pubblico Usa

Mentre il debito pubblico statunitense si avvicina ai 37.000 miliardi di dollari (pari al 123% del Pil), Ray Dalio, fondatore del colosso degli hedge fund Bridgewater Associates, lancia un nuovo, allarmante monito: se gli Stati Uniti non affronteranno rapidamente il tema del deficit, il Paese rischia una vera e propria “crisi cardiaca economica”.
Una metafora, giù usata mesi fa nel corso di un’intervista con l’agenzia stampa Bloomberg, che descrive, senza troppi giri di parole, la traiettoria insostenibile di un’economia che spende ben oltre le proprie possibilità e si trova a finanziare il debito con altro debito.

“Se il deficit federale non viene ridotto al 3% del PIL, e presto, la pressione fiscale e il costo del debito rischiano di paralizzare l’intero sistema economico”, ha scritto Dalio in un post su X (ex Twitter), rilanciando un messaggio che da anni accompagna le sue analisi macroeconomiche: servono disciplina, pragmatismo e, soprattutto, coraggio politico.

La parabola del debito

Oggi il disavanzo federale si attesta attorno al 6,2% del Pil, ma secondo le proiezioni del Congressional Budget Office (CBO), potrebbe salire fino al 7,3% entro il 2055, spinto dall’aumento della spesa per Medicare, Social Security e – soprattutto – per il servizio del debito. Il debito detenuto dal pubblico, parametro chiave per valutare la sostenibilità fiscale, si avvicina ormai al 100% del PIL e potrebbe toccare quota 156% entro tre decenni.

Per Dalio, il rischio maggiore non è tanto il livello assoluto del debito, quanto il fatto che “stiamo già spendendo il 40% in più di quanto incassiamo”. Un disallineamento strutturale che sta già intaccando la capacità dello Stato di destinare risorse a settori produttivi, dato che la quota di spesa destinata agli interessi sta crescendo in modo esponenziale. “È come una placca nelle arterie – ha spiegato Dalio – che progressivamente riduce il flusso di sangue, fino al collasso”.

Il precedente virtuoso degli anni ’90

Eppure, un precedente positivo esiste. Tra il 1991 e il 1998, grazie a una rara convergenza bipartisan, gli Stati Uniti riuscirono a contenere la spesa, aumentare le entrate fiscali e riportare in equilibrio i conti pubblici.

“Sappiamo che è possibile perché lo abbiamo già fatto”, scrive Dalio.

L’allusione è chiara: è necessario riprendere la via del compromesso, come avvenne con le riforme fiscali e di bilancio sotto le amministrazioni Bush padre e Clinton.
Secondo l’investitore, agire ora – mentre l’economia è ancora relativamente forte – significherebbe poter intervenire con misure meno drastiche. Un aggiustamento del 4% combinato tra minori spese e maggiori entrate, sostiene, sarebbe sufficiente a invertire la rotta e ridurre i tassi d’interesse nel medio periodo.

Politica fiscale e polarizzazione

Dalio non nasconde tuttavia il suo pessimismo sul fatto che le condizioni politiche attuali consentano interventi simili.

“Il mio timore – ha dichiarato – è che non faremo questi tagli necessari per ragioni politiche, lasciando che il debito continui a crescere e che il servizio dello stesso eroda progressivamente la capacità di spesa del governo”.

Una deriva che, a suo dire, potrebbe culminare in una crisi sistemica se i mercati iniziassero a dubitare della sostenibilità del debito americano, rifiutandosi di finanziare nuovi titoli a tassi ragionevoli.
Un primo segnale è già arrivato lo scorso aprile, quando il rendimento dei Treasury decennali è aumentato bruscamente in seguito all’annuncio di nuovi dazi da parte dell’amministrazione Trump, scatenando dubbi tra gli investitori stranieri.

La spinta del “One Big Beautiful Bill”

A complicare ulteriormente il quadro è l’approvazione del “One Big Beautiful Bill Act”, la nuova legge economica firmata da Donald Trump, che rende permanenti i tagli fiscali del 2017, aumenta la spesa per difesa e immigrazione, e riduce temporaneamente le tasse sulle mance.

Secondo il CBO, l’impatto netto della legge sarà un incremento del deficit pari a 3.400 miliardi di dollari nei prossimi dieci anni. Il tutto, a fronte di nuovi tagli ai programmi di assistenza sociale, come Medicaid e il Supplemental Nutrition Assistance Program.

Il futuro resta incerto

La visione di Ray Dalio, sebbene spesso critica, ha il merito di porre al centro del dibattito una questione troppo spesso rimossa dal confronto politico: la sostenibilità fiscale di lungo periodo. La sua analisi non si limita a denunciare, ma propone una strategia concreta, seppur impopolare, fondata su rigore, gradualità e memoria storica.

Tuttavia, in un clima di crescente polarizzazione, il rischio è che prevalgano logiche elettorali di breve periodo, a scapito della stabilità futura. Il tempo per correggere la rotta, avverte Dalio, non è infinito. E l’infarto, se non prevenuto, non lascia molte seconde possibilità.