“La Repubblica” abbandonata dai lettori di sinistra

13 Gennaio 2014, di Redazione Wall Street Italia

ROMA (WSI) – Diceva Honorè de Balzac che una delle malattie del suo tempo era la “superiorità” di certi uomini. Tant’è, conveniva lo scrittore francese, alla fine in circolazione ci sono “più santi che nicchie”.

Ma l’ultimo beato sceso in politica per annunciare nuovi miracoli al Paese in declino, Matteuccio Renzi, è riuscito invece nell’impresa diabolica di occupare ogni giorno le prime pagine dei giornaloni dei Poteri marci.

Quelle che sono ormai le edicole-nicchia di carta che da vent’anni a questa parte vanno alla ricerca (vana) di un “peccatore morto” da esporre al culto pubblico per poi cavarne, ahimè, l’ennesimo santo da venerare.

Da Mario Segni a Mario Monti, passando per le anime pie di Antonio Di Pietro e Carlo Azelio Ciampi, i media hanno sparso incenso sull’aureolato super-leader del momento che – almeno a dare ascolto ai loro politologi a la carte -, avrebbero dovuto cambiare i destini della Patria. Con risultati, in realtà, davvero modesti se non pessimi.

Così, nella lunga processione intrapresa per celebrare la fine della prima Repubblica, i giornaloni si sono persi lungo il cammino milioni di lettori-fedeli, stanchi delle litanie padronali sui sacrifici necessari (per gli altri) e delle botte in testa alle Caste (altrui).

E se il Corrierone di Flebuccio de Bortoli sembra marciare a zig-zag nell’inseguire le gesta di Renzi-Superbone lasciandosi aperta una porticina aperta sul Quirinale e una finestrella accesa su palazzo Chigi occupato dal premier in carica Enrico Letta, il suo concorrente, “la Repubblica”, non passa giorno che non benedica il “corsaro” (viola) che fa godere il suo editore-padrone Carlo De Benedetti.

Anche se in redazione sono in tanti a masticare amaro, a cominciare dal suo fondatore Eugenio Scalfari, nel vedere il proprio quotidiano trasformato nel vecchio e caro giornaletto a fumetti “il Monello” che dava conto, appunto, delle avventure dello spavaldo e intrepido Superbone.

Neppure l’articolessa di Francesco Merlo, volato a beccare nei giorni scorsi le vanità-velleità del segretario-sindaco del Pd, ha frenato però la libidine dei repubblichini di Mauro nel celebrare ogni giorno nei titoli di prima pagina le imprese (ardite) del santino gigliato.

E il popolo di sinistra, che sin dalla sua nascita si è sempre riconosciuto nel quotidiano-partito creato dal sommo Scalfari, sembra gradire poco le “ola” di giubilo con cui “la Repubblica” accompagna le eroiche gesta di Renzi-Superbone. Anche quando Renzuccio, tra una gaffe e l’altra, va contro il proprio partito (Pd), il governo amico (Letta) e il presidente-rosso (pallido), Giorgio Napolitano.

Una piaggeria che comincia ad avere effetti sulle stesse vendite del quotidiano di Mauro, precipitato paurosamente sotto le trecentomila copie vendute.

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