La recessione per sempre

16 Agosto 2014, di Redazione Wall Street Italia

NEW YORK (WSI) – E’ difficile da credere, ma quasi sei anni sono passati da quando il crollo di Lehman Brothers ci ha portati alla peggiore crisi economica dagli anni ’30. Molte persone, me compreso, vorrebbero passare ad altri temi. Ma non possiamo, perché la crisi non è affatto finita. Il recupero è lungi dall’essere completo, e le politiche economiche sbagliate potrebbe ancora trasformare la debolezza economica in una depressione più o meno permanente.

In realtà, questo è quello che sembra accadere in Europa, proprio in questo momento. E tutti noialtri dovremmo imparare dall’esperienza europea.

Prima di arrivare alle ultime cattive notizie, parliamo della grande discussione politica che ha imperversato per più di cinque anni. E’ facile impantanarsi nei dettagli, ma in fondo è stato un dibattito tra i fautori del troppo e quelli del non abbastanza.

I fautori del troppo hanno messo in allarme incessantemente su quel che i governi e le banche centrali stanno facendo per limitare la profondità della crisi mettendo le basi per qualcosa di ancora peggiore. La spesa basata sul deficit, hanno suggerito, potrebbe provocare una crisi in stile greco da un giorno all’altro – entro due anni, hanno dichiarato Alan Simpson e Erskine Bowles circa tre anni e mezzo fa. Acquisti di asset da parte della Federal Reserve potrebbero comportare rischi di “svalutazione della moneta e inflazione”, ha dichiarato il gotha di economisti del partito repubblicano, investitori ed esperti in una lettera aperta del 2010 a Ben Bernanke.

I fautori del non abbastanza – un gruppo che include il sottoscritto – hanno sostenuto fin dall’inizio che il pericolo “chiaro e presente” è la giapponesizzazione piuttosto che l’ellenizzazione. Cioè, hanno avvertito che un inadeguato stimolo fiscale e una svolta prematura verso l’austerità potrebbe portare a un decennio perduto o ad ulteriore depressione economica, e che la Fed dovrebbe fare ancora di più per rilanciare l’economia, che la deflazione, non l’inflazione, è il grande rischio che deve affrontare il mondo occidentale.

Per dire l’ovvio, nessuna delle predizioni e avvertimenti della scuola del troppo si e’ avverata. L’America non ha mai conosciuto una crisi da impennata dei costi di indebitamento in stile greco. Infatti, anche in Europa la crisi del debito in gran parte è svanita una volta che la Banca centrale europea ha iniziato a fare il suo lavoro come prestatore di ultima istanza. Nel frattempo, l’inflazione è rimasta bassa.

Tuttavia, mentre i fautori del non abbastanza avevano ragione nel respingere gli avvertimenti sui tassi di interesse e l’inflazione, le nostre preoccupazioni circa la deflazione attuale non si sono ancora avverate. Questo ha provocato un bel po’ di ripensamento in merito al processo di inflazione (se vi è stato alcun ripensamento sul lato opposto di questa questione, io non l’ho visto), ma la scuola del non abbastanza continua a preoccuparsi per i rischi di un crollo quasi permanente in stile Giappone.

Il che mi porta ai timori sull’Europa.

Nel complesso, i fautori del troppo hanno avuto molta più influenza in Europa che negli Stati Uniti, mentre i fautori del non abbastanza non hanno avuto alcuna influenza. I funzionari europei hanno avidamente abbracciato dottrine ormai screditate che si suppone giustifichino l’austerità fiscale, anche nelle economie depresse (pur se l’America ha di fatto varato molta austerità, da parte sua, grazie ai tagli obbligatori a livello statale e locale). E la Banca centrale europea, o Bce, non solo ha fallito nell’imitare gli acquisti di asset come ha fatto la Fed, in realtà ha perfino aumentato i tassi di interesse nel 2011 per scongiurare un rischio immaginario di inflazione.

La Bce ha invertito la rotta quando l’Europa ha cominciato a scivolare in recessione, e, come ho già detto, sotto la guida di Mario Draghi, ha fatto molto per alleviare la crisi del debito europeo. Ma questo non e’ stato sufficiente. L’economia europea ha cominciato a crescere di nuovo l’anno scorso, ma non abbastanza, solo per intaccare un minimo il tasso di disoccupazione. E ora la crescita è in stallo, mentre l’inflazione è scesa ben al di sotto dell’obiettivo della Bce del 2%, e i prezzi sono in realtà in caduta nei paesi debitori. E’ davvero un quadro fosco. Mr. Draghi & Soci devono fare tutto il possibile per cercare di cambiare le cose, ma tenuto conto dei vincoli politici e istituzionali che hanno di fronte, l’Europa si potrà probabilmente considerare fortunata se tutto si ridurrà a un decennio perduto.

La buona notizia è che le cose non sembrano andare cosi’ male in America, dove la creazione di posti di lavoro sembra finalmente aver ripreso e la minaccia di deflazione si è defilata, almeno per ora. Ma basterebbero aolo un paio di brutti shock e/o passi falsi di politica economica per rispedirci sullo stesso sentiero.

La buona notizia è che Janet Yellen, la presidente della Fed, capisce il pericolo; ha messo in chiaro che preferirebbe correre il rischio di un aumento temporaneo del tasso di inflazione piuttosto che rischiare di usare i freni troppo presto, come fece la Bce nel 2011. La cattiva notizia è che lei e i suoi colleghi sono sottoposti a pressioni molto forti, per fare la cosa sbagliata, da parte dei fautori del troppo, i quali sembrano non aver imparato nulla dall’aver sbagliato anno dopo anno, e si agitano ancora reclamando tassi più alti.

C’è una vecchia barzelletta su un uomo che decide di darsi allegria, perché le cose potrebbero andare peggio – e con assoluta certezza, le cose in effetti peggiorano. Questo è più o meno quel che è successo in Europa, e non dobbiamo lasciare che accada qui.

Il contenuto di questo articolo, pubblicato da The New York Times – che ringraziamo – esprime il pensiero dell’ autore e non necessariamente rappresenta la linea editoriale di Wall Street Italia, che rimane autonoma e indipendente.

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