La filantropia aziendale è una questione di famiglia

14 Novembre 2019, di Redazione Wall Street Italia

in collaborazione con AIPB

Paola Pierri: “In Italia la filantropia imprenditoriale ha numeri limitati ma conta su un forte patto generazionale”

La filantropia può essere in Italia filo di unione tra imprese e sostenibilità? Lo abbiamo chiesto a Paola Pierri, esperta di consulenza su temi di filantropia per imprese, famiglie e fondazioni con la sua Pierri Philanthropy Advisory, una società di consulenza e formazione specializzata sui temi della filantropia e dell’economia sociale. L’attività di Paola si rivolge ad imprese, famiglie, fondazioni, family offices e individui, con l’obiettivo di sviluppare una cultura della filantropia moderna e consapevole, in grado di massimizzare i benefici sociali e soddisfare i bisogni emotivi ed ideali che si accompagnano sempre alle iniziative filantropiche.

Il legame tra imprenditoria e filantropia

Dunque, qual è il legame del mondo imprenditoriale italiano con l’attività filantropica? È forse riconducibile al concetto di restituzione, ovvero all’imprenditore che ha avuto nella sua carriera un grande successo e avvia attività di rilevanza sociale per ridare indietro al mondo parte del suo successo, alla Bill Gates per capirci?

“In Italia il concetto della ‘restituzione’ dell’imprenditore non è nella nostra cultura – va subito al punto Pierri -, mentre lo è negli Stati Uniti. Ma questo non deve essere visto come un problema. Negli Usa il give back ha un senso, è un concetto tipicamente anglosassone. Il vero rischio per il mondo imprenditoriale italiano di seguire questa strada è che si risolvi in una semplice emulazione. Il modello culturale italiano è troppo diverso ed ha una sua straordinaria ricchezza culturale che dobbiamo valorizzare. Le iniziative di tipo filantropico in Italia hanno ancora numeri limitati rispetto agli Usa ma in ogni caso non dobbiamo andare a prenderle dalla cultura americana”.

Paola Pierri parla con grande cognizione di causa, grazie a un curriculum che l’ha vista per 25 anni lavorare nel settore bancario e finanziario prima di lanciare la sua società. Impegnata nel mondo del non profit da molto tempo, nel 2006 è stata nominata presidente esecutivo di Unidea-Unicredit Foundation, dove si è concentrata su tematiche di salute pubblica e su iniziative di inclusione sociale. La sua esperienza dice che frequentemente il legame tra mondo imprenditoriale italiano e filantropia

“prende origine dalla richiesta da parte di una famiglia imprenditoriale, di solito è l’imprenditore capofamiglia che si muove, per fare qualche cosa a livello filantropico che spesso ha forma di patto generazionale, anche con l’occhio, più che legittimo, all’immagine dell’impresa e della famiglia collegata”.

Famiglia o impresa? Dove ha le sue radici la fondazione?

A questo punto che bisogna capire se è più indicato pensare in ogni singolo caso a una fondazione di famiglia o una fondazione di impresa.

Per la famiglia di imprenditori la differenza non esiste, è spesso la stessa cosa – spiega Pierri -, talmente c’è una fusione tra famiglia e impresa, e viceversa. Quale fondazione scegliere non fa tutto questa differenza per loro. Il che apre a una serie di aspetti che sono complessi da valutare: c’è l’interesse dell’impresa di farsi vedere con una faccia diversa, che non sia il prodotto, che non sia la figura dell’imprenditore, e una faccia che sia gradevole al pubblico”.

Ma è un interesse che si concentra sul territorio vicino all’impresa o è pensato a livello internazionale?

“Gli imprenditori italiani quasi sempre vogliono fare qualcosa sul territorio, soprattutto per chi lavora fuori dalle grandi città. C’è una migliore familiarità col proprio territorio di riferimento, lo conoscono meglio. Appena, invece, abbiamo un’impresa più giovane, più dinamica, o che viene da una città grande, allora prevale subito una dimensione nazionale, c’è la centralità del tema sociale, ad esempio degli anziani, della disabilità. E questo spesso avviene quando c’è l’imprenditore ancora attivo, non ritiratosi dall’attività. C’è la concretizzazione di una persona, mi dicono ‘è tutta la vita che desidero di occuparmi di…’”.

La giusta guida alla filantropia

“C’è tutto un lavoro da fare con l’impresa e la famiglia come philanthropy advisory, io non vado mai a suggerire cosa fare, ma una volta che mi dicono cosa hanno in testa, tocca a me guidarli: è giusto o non è giusto che tu ti occupi di un dato settore o tema sociale? È coerente con la tua immagine? Ad esempio, se mi dicono ‘Io mi voglio occupare di ricerca’, io chiarisco subito ‘Quanto vuoi mettere sul piatto? Questo è un tema che richiede grandi investimenti finanziari’”.

Insomma, quello del consulente di filantropia è un’attività molto variegata, che richiede compenze specifiche di alta qualità.

“Certo, infatti noi come servizio di Philanthropy Advisory prevediamo diverse ma bene precise attività di consulenza. Forniamo una panoramica delle diverse possibilità che si aprono a chi vuole entrare nel mondo della filantropia, dei relativi piani strategici a lungo termine e di tutte le risposte possibili a bisogni sociali reali. C’è poi la necessità di far capire il passaggio verso l’elaborazione di piani operativi, dalla pianificazione alla realizzazione, dalla gestione al monitoraggio. Infine c’è il tema della misurazione dell’impatto effettivo dell’attività filantropica spiegando metodologie di valutazione, adeguate alle attività filantropiche svolte, per la verifica della qualità, dei risultati e dell’impatto delle donazioni”.

L’articolo integrale è stato pubblicato sul numero di novembre del magazine Wall Street Italia.