La crisi delle Tigri asiatiche è destinata a ripetersi? La risposta di Goldman Sachs

26 Agosto 2015, di Redazione Wall Street Italia

ROMA (WSI) – Potrà l’Asia sfuggire al fantasma della crisi del 1997, la ben nota crisi delle Tigri asiatiche? E’ quello che si chiedono diversi economisti, in un contesto che non promette niente di buono. Tra gli emergenti in generale, almeno la metà degli indici azionari è scivolata nella condizione di mercato orso, per non parlare del bagno di sangue che ha colpito le valute, dall’America Latina al Pacifico.

Il nuovo dibattito tra gli esperti del settore è se la crisi che mise in ginocchio l’Asia negli anni 1997-1998 possa ripetersi.

Come spiega Charles W.L.Hill, dell’Università di Washington, nel decennio precedente l’esplosione della crisi, gli stati del Sud-est asiatico come Thailandia, Malesia, Singapore, Indonesia, Hong Kong e Corea del Sud avevano riportato alcuni dei più impressionanti tassi di crescita economica del mondo.

Le loro economie erano cresciute a tassi del 6%-9% su base annua. Il miracolo asiatico, tuttavia, subì una brusca frenata alla fine del 1997 quando, in un paese dopo l’altro, i mercati azionari e valutari locali implosero. Quando la situazione iniziò a stabilizzarsi, nel gennaio del 1998, i mercati azionari di molti di questi stati avevano perso più del 70% del loro valore, le valute si erano deprezzate nei confronti del dollaro americano di un ammontare simile, e quelli che erano stati un tempo leader politici orgogliosi erano stati costretti ad andare a testa bassa dal Fondo Monetario Internazionale, implorando aiuti finanziari massicci”.

Secondo alcuni strategist, le similitudini tra ora e quel periodo non mancano: contesto di bassi tassi di interesse reali, aumento del debito, fattori di shock esogeni, presenza del meccanismo di trasmissione delle commodities).

Goldman Sachs, a tal prososito, dice la sua, e si smarca dal coro dei più pessimisti, iniziando con l’esaminare gli elevati investimenti nell’area asiatica provenienti dall’estero, sia verso l’azionario che sul debito.

Partendo da tale angolazione, “nel caso in cui gli investitori stranieri dovessero ridurre le loro partecipazioni del 2-3% nel corso di un mese, tale mossa ridurrebbe ampiamente i surplus delle partite correnti della regione. Il risultato è che il saldo con l’estero verserebbe in condizioni più precarie. Durante il periodo del “taper tantrum” – ovvero quel periodo in cui la Fed iniziò a ridurre la portata del quantitative easing – gli investitori stranieri smobilizzarono più del 3% delle posizioni accumulate tra il giugno e il luglio del 2013, e ed è chiaro a tutto il mondo come i flussi in uscita provochino debolezze nelle valute asiatiche”.

E’ bene ricordare, tra l’altro, che i deficit delle partite correnti di India e Indonesia, nonostante oscillino a livelli che non possono essere considerati assolutamente mostruosi, rendono comunque le rispettive “valute tra le più vulnerabili”.

Così come “l’alta concentrazione di investimenti esteri nel debito di Malesia e Indonesia” mette in evidenza come le valute possano essere vulnerabili a smobilizzi, da parte degli investitori stranieri, di debiti denominati in divisa locale.

Continuando, Goldman sottolinea: “la recente debolezza delle divise asiatiche ha aumentato l’attenzione sui debiti asiatici, dal momento che il deprezzamento delle rispettive valute aumenta il costo di rimborso del debito e del pagamento degli interessi”.

Guardando alle condizioni attuali, a seguito della crisi finanziaria globale i debiti verso l’estero sono cresciuti in India, Indonesia, Malesia, Thailandia e Taiwan, scendendo invece nelle Filippine e in Corea. La Malesia ha il livello più elevato di debito verso l’estero della regione, superiore al 60% del Pil”.

A tal proposito, si ricorda che il debito estero include debiti verso i creditori esteri come banche commerciali private, altri governi, istituzioni finanziarie internazionali come l’Fmi e la Banca Mondiale.

Ora, in Asia, “il debito estero viaggia a livelli superiori rispetto a quelli riportati nel periodo precedente la crisi delle Tigri asiatiche in Malesia, Taiwan e Corea; ma in altri paesi il suo livello è inferiore. Detto questo, il debito estero della Malesia è equivalente ai massimi raggiunti in Indonesia e nelle Filippine prima della crisi delle Tigri asiatiche”.

Riguardo alla denominazione del debito, nella regione “il debito denominato in valuta estera rappresenta almeno il 50% del debito estero, salendo fino al 100% nelle Filippine. Tuttavia, anche le scadenze hanno la loro importanza. Il debito estero di breve termine è considerato la parte più vulnerabile del debito estero, dal momento che ha bisogno di essere rinnovato in un periodo di tensioni sui mercati. Ora, in Cina e Malesia il debito estero di breve termine incide sul debito estero complessivo attorno al 50%, ma negli altri paesi incide per meno di un terzo”.

La banca americana ricorda che “la capacità di una banca centrale di far fronte alla volatilità del forex dipende dal possesso del paese di riferimento di un ammontare di riserve di valuta estera che possa essere reputato adeguato. Nella regione, le riserve estere sono scese in modo sostenuto, in alcuni casi: del 31% in Malesia dalla metà del 2013 e del 17% in Thailandia dall’inizio del 2011. Le riserve di valuta estera dell’Indonesia sono scese del 7% dallo scorso febbraio”.

In generale, secondo Goldman Sachs, le riserve valutarie dell’Asia possono essere comunque considerate “adeguate, a eccezione della Malesia, dove le riserve straniere a mala pena bastano per coprire il debito di breve termine”.

La conclusione è che “rispetto al loro status precedente la crisi finanziaria asiatica, i fondamentali dell’Asia versano in condizioni migliori. Di conseguenza, è improbabile che assisteremo a tonfi esplosivi nel forex”.

Allo stesso tempo, “in gioco ci sono altri fattori, che includono gli elevati debiti in alcuni paesi, il forte calo dei prezzi delle commodities e l’incertezza politica. Dall’altro lato dell’equazione del Forex, prevediamo che la forza del dollaro continuerà, sullla scia della crescita economica solida degli Stati Uniti e le prospettive di un rialzo dei tassi da parte della Fed, nei prossimi mesi. Stimiamo dunque che le valute asiatiche continueranno a deprezzarsi. (Lna)