L’aggio, l’ingiustizia italiana della tassa sulle tasse

8 Novembre 2013, di Redazione Wall Street Italia

Negli archivi del Monte dei Paschi di Siena è custodito un documento, a firma di Giuseppe Garibaldi, il quale, stretto dalle tasse, dichiarava di non essere in grado di pagarle: «Mi trovo nell’impossibilità di pagare le imposte».

Il volto di un Fisco imparziale (forse troppo) persino nei confronti di uno dei padri dell’Unità d’Italia. Piccolo dettaglio storico per aprire una questione molto attuale. Attualissima.

Ma fino a che punto i contribuenti devono pagare per il servizio di riscossione delle imposte da loro stessi dovute? In termini tecnici si chiama «aggio», una sorta di commissione che l’esattore trattiene ogni volta che riscuote le multe o le imposte dovute, ma non versate dal contribuente. Una specie di tassa sulla tassa, dunque. Che nel caso di Equitalia, fino all’anno scorso, era fissata nel 9% e dal gennaio di quest’anno è stata ridotta all’ 8%.

Un mini-sconto, segno di una nuova attenzione verso i contribuenti, che però non basta più. È una soglia che rimane decisamente troppo elevata. Anche perché la commissione si aggiunge alle già pesanti sanzioni e agli interessi dovuti.

Il governo se n’è accorto e nel decreto del Fare è stata prevista un rivisitazione di quell’aliquota. A condizione naturalmente che i costi di Equitalia restino sostenibili, dal momento che l’aggio serve proprio a mantenere la struttura che si occupa del prelievo fiscale. Eppure le buone intenzioni si sono fermate subito: non c’è ancora il provvedimento (la scadenza era settembre) che stabilisce la nuova tariffa.

Quindi l’aggio è ancora fermo all’ 8%. Per i pagamenti effettuati entro 60 giorni dall’arrivo della cartella esattoriale è suddiviso così: il contribuente versa il 4,65% e l’ente creditore (il Comune o lo Stato, ad esempio) assicura il 4,35%. Un carico che pesa addirittura di più su chi versa che su chi incassa. Oltre i 60 giorni l’obbligo è tutto del contribuente.

Certo, nella revisione bisogna tenere conto dei bilanci di Equitalia, un’impresa che occupa circa 8 mila dipendenti, dei costi necessari per le notifiche, per le cartelle, per le ricerche, ma una soluzione va trovata. In ogni caso non è la società-esattrice (controllata per il 51% dall’Agenzia delle Entrate e per il 49% dall’Inps) a fissare la commissione ma il ministero dell’Economia.

E non bisogna dimenticare che nella vecchia gestione, quella affidata alle banche, lo Stato girava agli istituti di credito circa 500 milioni di euro per lo svolgimento di questo compito pubblico. E con il cambio e le nuove norme anti-evasione la macchina ha cominciato ad essere più efficace (sia pure con qualche eccesso).

Negli ultimi tempi sono state varate riforme migliorative per i contribuenti: dalla possibilità di saldare i debiti con il Fisco in 120 rate all’impignorabilità della prima casa, alla possibilità di rateizzare fino a 50 mila euro di debito con una semplice richiesta.

Ma sull’aggio siamo ancora troppo indietro. L’8% è un livello troppo alto. Anche se gli esattori privati, che ora lavorano per i comuni, arrivano a ottenere premi per la riscossione fino al 30%. Livelli che dovrebbero indurre i Comuni a rivedere il meccanismo. E proprio sul fronte locale il 2013 segnerà una svolta: dal 2014 non sarà più Equitalia a incassare le somme per conto degli enti locali.

Che si sono già affrettati ad annunciare un fisco dal volto più umano, una maggiore comprensione verso i contribuenti. Promesse agili per il consenso, ma che dovranno essere confrontate con le esigenze (difficili) dei loro bilanci. Bene: la riduzione dell’aggio potrebbe (dovrebbe) essere la prima prova di federalismo delle entrate.

Il Comune di Milano si è detto orientato a introdurre una tariffa fissa di dieci euro. Vedremo che cosa faranno anche gli altri. Sarebbe un primo passo positivo nell’anno del federalismo fiscal-comunale che parte all’insegna di Trise, Tari e Tasi.

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