Economia

Juncker, poltrona sempre più in bilico? Skype e Disney tra società aiutate a evadere il fisco

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ROMA (WSI) – Montano le pressioni sul presidente della commissione europea Jean-Claude Juncker, nel mirino in quanto sospettato di aver incoraggiato l’evasione fiscale ai tempi in cui era premier del gran ducato di Lussemburgo.

Nuovi documenti riservati pubblicati qualche ora fa indicano i nomi delle società che sarebbero state aiutate a non pagare le tasse. Tra queste, spiccano in particolare Disney e Skype, mentre tra i magnati che avrebbero beneficiato dei favori di Juncker ci sono i fratelli Koch (ultraconservatori, noti per avere un impero negli Usa, il secondo più grande negli Stati Uniti in mano ai privati).

Le nuove indiscrezioni sono state ottenute dal Consorzio Internazionale di Giornalisti Investigativi e riportate dal Guardian. Sarebbero dozzine le multinazionali implicate, aiutate dalle autorità del Lussemburgo a orchestrare strutture societarie complesse che avevano come obiettivo quello di ridurre l’ammontare da versare al fisco.

In particolare Skype, ora di proprietà di Microsoft, avrebbe utilizzato due società del Lussemburgo e una controllata irlandese al fine di far circolare diritti e profitti in modo da aiutare la divisione lussemburghese di Skype Technologies a non dichiarare le tasse per un periodo di cinque anni. E l’ex premier Juncker, che poche settimane fa ha detto che non “c’è nulla” nel suo passato che “indichi che volevo incoraggiare l’evasione fiscale”, quando nel 2005 era sia primo ministro che ministro delle Finanze, disse. “Skype rimarrà qui..in parte per il contesto fiscale favorevole che abbiamo creato qui a Lussemburgo”.

Fino a oggi, il Guardian e altre testate giornalistiche avevano reso noto che in tutto 340 società – tra cui Fedex, Pepsi, Shire Pharmaceuticals, Icap e Ikea – che avrebbero stretto accordi con il ducato, aiutate dal colosso contabile PricewaterhouseCooopers. Gli ultimi documenti rivelano che la creazione di strutture volte a evadere il fisco non hanno coinvolto solo PrcewaterhouseCoopers, ma anche il resto dei quattro colossi di revisione contabile, ovvero Ernst&Young, Deloitte e KPMG. (Lna)

Fonti

The Guardian