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Gli italiani sono sempre più Bot people. Negli ultimi anni il panorama dei sottoscrittori del debito pubblico italiano ha subito una trasformazione profonda, quasi una riscrittura del rapporto tra lo Stato e i suoi finanziatori. Dopo una lunga stagione in cui famiglie e imprese sembravano essersi progressivamente allontanate dal mondo dei titoli di Stato, complici rendimenti modesti e una maggiore propensione verso strumenti alternativi, il 2025 segna una svolta decisa. Ed è una svolta sorprendente: cittadini e aziende tornano protagonisti, mentre sullo sfondo si ridisegna l’intera mappa degli investitori.
La fotografia è scattata dalla Fabi, la Federazione Autonoma Bancari Italiani che, numeri alla mano, sottolinea come ad agosto 2025 famiglie e imprese detenevano 442,4 miliardi di euro di Bot e Btp, pari al 14,4% del debito complessivo, che nel medesimo periodo ha raggiunto i 3.081 miliardi.
Questo dato non nasce per caso, sottolinea il segretario Lando Maria Sileoni.
Le famiglie non mettono i loro risparmi nei Btp se non percepiscono stabilità, continuità e una prospettiva credibile. Allo stesso tempo, il ruolo delle banche rimane fondamentale: pur con una quota relativa in calo continuano a garantire oltre 620 miliardi di debito nei propri portafogli. Una presenza massiccia, strutturale, che testimonia ancora una volta quanto il settore bancario sia un pilastro della stabilità finanziaria del Paese. Le banche fanno la loro parte, in modo responsabile, come sempre: in piena pandemia, quando sono state un argine, anche grazie alle lavoratrici e ai lavoratori bancari; oggi, con un approccio prudente, ma senza sottrarsi al proprio dovere.
Italiani tornano a comprare BOT
Un numero che, letto isolatamente, potrebbe sembrare solo uno dei tanti in un mercato enorme come quello del debito sovrano; ma se confrontato con il minimo storico segnato nel 2021 — appena il 7,9% — racconta una storia completamente diversa. Quella storia parla di un ritorno di fiducia, di una nuova preferenza per strumenti percepiti come sicuri, ma anche dell’effetto di politiche specifiche ideate per riportare i piccoli risparmiatori verso i titoli di Stato. Su tutte, il successo clamoroso del Btp Valore, che dal 2023 è stato collocato per ben 93 miliardi, intercettando un bisogno di rendimento che mancava da anni.
In parallelo, cresce con vigore anche la presenza degli investitori esteri: 1.039,9 miliardi, pari al 33,8% del totale, il valore più alto degli ultimi sei anni e anche uno dei pesi maggiori registrati nell’ultimo decennio. Un dato che ha un significato politico ancor prima che economico: l’Italia, nonostante la mole del suo debito, continua ad attrarre capitale internazionale, e anzi lo fa con più forza rispetto alla fase pre-pandemica. È la conferma che i mercati globali considerano i titoli italiani una destinazione affidabile, complice un contesto europeo attraversato da incertezze profonde.
In controtendenza troviamo invece la Banca d’Italia, che agisce per conto dell’Eurosistema. Dopo aver raggiunto il massimo storico durante la pandemia, quando era arrivata oltre i 720 miliardi, oggi scende a 592,1 miliardi, con una quota pari al 19,2%. Il calo non sorprende: la fine degli acquisti netti della BCE rende inevitabile una progressiva riduzione della presenza dell’Eurosistema nei mercati sovrani. E allo stesso modo, si osserva una lieve flessione anche del mondo del risparmio gestito — fondi e assicurazioni — che scendono al 12,5%, in linea con un trend piuttosto stagnante.
Una mappa completamente ridisegnata
Per capire davvero la portata del cambiamento bisogna però guardare al quadro nel suo insieme, confrontando tre fasi chiave: il 2019, ultimo anno pre-pandemico; il 2021, culmine dell’azione della banca centrale; e il 2025, anno di normalizzazione dei mercati.
Nel 2019 il debito pubblico italiano era pari a 2.415,6 miliardi. Sei anni dopo è cresciuto di 665 miliardi, un aumento del 27,5%. In questo arco temporale, gli investitori esteri sono sempre rimasti il principale gruppo, ma dal 32% del 2019 sono saliti al 33,8%. Le banche italiane, un tempo secondo pilastro del debito sovrano, hanno mantenuto valori assoluti simili (oltre 620 miliardi), ma il loro peso relativo si è ridotto radicalmente: dal 25,9% del 2019 al 20,1% del 2025. A pesare non è stata una vendita massiccia, bensì la crescita del debito complessivo e il ritorno di altri sottoscrittori.
La Banca d’Italia ha seguito una parabola prevedibile: dal 16,8% del 2019 è salita fino al picco del 26% durante la pandemia, quando l’azione espansiva della BCE era al massimo, per poi ridiscendere al 19,2% nella fase di ritiro degli stimoli monetari. Fondi e assicurazioni sono rimasti sostanzialmente stabili, oscillando tra il 13% e il 16% negli ultimi anni. Il dato che cambia davvero il volto della mappa è un altro: la quota delle famiglie e delle imprese. Dai 229,8 miliardi del 2019 si era scesi a un minimo storico di 212,2 miliardi nel 2021. Oggi quella cifra è più che raddoppiata. È un movimento che non si vedeva da oltre vent’anni, un recupero robusto che segna la riappropriazione da parte dei cittadini di un ruolo chiave nella finanza pubblica.
Le banche italiane tra continuità e trasformazione
Il tema delle banche merita un focus dedicato, perché la loro posizione è cambiata in maniera significativa. Nel 2020, in piena pandemia, il loro impegno nei confronti del debito pubblico era cresciuto fino a superare i 690 miliardi, con una quota oltre il 27%. Nel 2022 avevano raggiunto persino la soglia simbolica dei 710 miliardi. Da allora è iniziata una discesa graduale, favorita da tassi d’interesse in rialzo, da un differente equilibrio regolamentare e dal ritiro della BCE dagli acquisti. Oggi sono scese a 601,4 miliardi, con un peso del 20,1%. Non una fuga, dunque, ma una rimodulazione che riflette un mercato più bilanciato. E paradossalmente questa minore esposizione relativa può risultare un punto di forza: un sistema bancario meno carico di titoli di Stato è meno vulnerabile agli shock legati allo spread.
Un debito più grande, ma anche più distribuito
Il 2025 consegna all’Italia un debito pubblico cresciuto e profondamente redistribuito. La fine dell’eccezione pandemica ha riportato gli investitori privati al centro della scena, mentre il risparmio delle famiglie — sospinto da rendimenti più generosi — torna a essere uno dei pilastri del sistema. Il risultato è un equilibrio nuovo: meno dipendenza dalla banca centrale, minore concentrazione bancaria, maggiore peso di cittadini e investitori internazionali. Una geografia più articolata, che racconta un Paese percepito come più stabile e più solido di quanto spesso si dica.