Italia, “imprese saccheggiate dai loro azionisti”

19 Agosto 2016, di Daniele Chicca

ROMA (WSI) – In Italia nell’ultimo quarto di secolo le aziende sono state munte come mucche vecchie dagli azionisti, in un vero e proprio saccheggio delle imprese stesse, le quali da tempo ormai hanno smesso di investire, riducendo gli organici. L’accusa è uno dei passaggi salienti del libro del professore di Economia Riccardo Gallo intitolato “Torniamo a industriarci” edito da Guida Editori.

“Gli azionisti delle società industriali italiane – si legge nel testo del pamphlet – si sono distribuiti nell’ultimo quarto di secolo complessivamente il 110% degli utili netti di esercizio, intaccando così le riserve”. Il tutto mentre lo Stato smantellava gli strumenti di sostegno pubblico all’economia e l’euro impediva agli imprenditori di svalutare.

L’autore del libro, con cattedra in Economia Applicata all’Università La Sapienza di Roma, racconta come l’industria italiana abbia ridotto il proprio contenuto manifatturiero negli ultimi 35 anni e come dalla fine degli Anni 90 abbia nettamente ridotto gli investimenti, lasciando invecchiare i mezzi di produzione anziché rinnovare le fabbriche.

“Le risorse generate e non reimpiegate nello sviluppo hanno remunerato gli azionisti e sono servite a ridurre l’indebitamento verso le banche“, si legge nella presentazione del saggio di 106 pagine, indirizzato idealmente al nuovo presidente di Confindustria per promuovere un cambiamento radicale. In pratica gli azionisti hanno ripetutamente saccheggiato le società, distribuendosi gli utili anziché lasciarli nell’impresa.

L’origine della crisi industriale viene fatta risalire a “una forte riduzione della propensione degli imprenditori a intraprendere” anche a causa del “venir meno, uno dopo l’altro, di tutti gli strumenti di intervento pubblico diretto in economia” a cui i businessman erano stati abituati, a cui si è unita l’impossibilità di svalutare vista la presenza dell’euro.

La prova di una deindustrializzazione dell’Italia

Per capire come si è potuti arrivare a quella che Gallo chiama una “deindustrializzazione dell’Italia”, il professore usa come metro il contenuto industriale, cioè il rapporto tra valore aggiunto e fatturato netto. Come spiega Stefano De Agostini in una recensione del saggio su Il Fatto Quotidiano, tra il 1989 e il 2014 il tasso è “crollato dal 29% al 16%, con una lieve ripresa di un punto percentuale nel 2015. La ricerca è costruita a partire dai numeri del data base Mediobanca sulle imprese industriali medio grandi.

Negli ultimi 25 anni, denuncia l’autore, “l’industria italiana complessivamente ha perso contenuto, il suo valore aggiunto è diminuito rispetto al fatturato molto più della media europea, si è quasi dimezzato, diciamo che l’industria si è un po’ commercializzata, compra e rivende mettendoci non molto di suo”.

Le fabbriche sono così state lasciate sempre più invecchiare dagli imprenditori, con i soci azionisti che anziché investire e rinnovare gli stabilimenti hanno preferito incassare dividendosi la cassa.

Nello stesso arco di tempo preso in esame, “l’età è raddoppiata, da poco più di 9 anni nel 1992 a poco meno di 19 anni nel 2014 – spiega il professore – Il fatturato è aumentato nel tempo comunque, anche senza un pieno rinnovo degli impianti, solo perché quelli vecchi sono stati mantenuti in attività, gli è stato tirato il collo, anche quando sarebbero dovuti essere chiusi”.

In poche parole “le imprese hanno munto mucche vecchie e, fino alla loro morte, hanno tratto latte proficuo”, con gli azionisti dell’industria italiana che hanno letteralmente “saccheggiato le loro stesse imprese”.