Isis, il marketing della decapitazione: ucciso un altro americano

2 Settembre 2014, di Redazione Wall Street Italia

WASHINGTON (WSI) – Gli jihadisti sunniti dello Stato Islamico hanno diffuso un video di 2,46 minuti in cui mostrano la decapitazione del giornalista Usa, Steven Sotloff, 31 anni, rapito in Siria agosto 2013. Lo riferisce il New York Times citando il portale Site che abitualmente monitora i siti web jihadisti. Sotloff e’ l’americano mostrato alla fine del video in cui il 19 agosto venne mostrata la macabra decapitazione del collega James Foley, in cui Is, avvertiva Barack Obama che la vita del secondo ostagio dipendeva da lui. Se avesse continuato i raid aerei in Iraq, Sotloff avrebbe fatto la fine di Foley.

In video riappare il boia dell’Isis: “Obama, sono tornato”

La prossima vittima, la terza, designata dagli jihadisti sunniti dello Stato Islamico sara’ il britannico David Cawthorne Haines, loro ostaggio e indicato esplicitamente dal boia, che oggi ha decapitato il secondo giornalista Usa, Steven Sotloff, come il predestinato. Lo riferisce il portale Site che abitualmente monitora i siti web jihadisti. Si ritiene che Isis abbia anche altri due ostaggi americani tra cui una donna, una volontaria rapita in Siria.

Steven Sotloff, free-lance con la passione per Islam e Nba

“Con ogni probabilita’”, Steven Sotloff non sarebbe stato ucciso oggi ma il 19 agosto insieme al collega reporter James Foley. Non solo. La la stessa sorte sarebbe toccata contemporaneamente all’ostaggio britannico, David Haines, minacciato di subire la stessa sorte nel video diffuso oggi della decapitazione di Sotloff. E’ quanto sostiene il Wall Street Journal che cita fonti dell’amministrazione Obama, secondo il quale il video sarebbe stato diffuso oggi solo per ragioni mediatiche degli jihadisti sunniti dello Stato Isalmico (Is) il cui obiettivo esplicito e’ fare pressione sul presidente americano per fermare i raid aerei sulle loro postazioni in Iraq, e da oggi anche sull’alleato britannico. Le stessi fonti del Wsj, seppur si attende ancora una conferma ufficiale dell’autenticita’ del video, ritengono che non ci sia alcun elemento per ritenere che possa essere falso. (AGI)

Il presidente americano, Barack Obama, ha autorizzato lo spiegamento di altri 350 militari in Iraq per tutelare le strutture diplomatiche e il personale americano. La decisione è stata presa su raccomandazione del Dipartimento di Difesa e rientra nell’impegno di Obama di tutelare il personale americano in Iraq e sostenere il governo dell’Iraq nella sua lotta con l’Isis. «Queste ulteriori forze non avranno un ruolo di combattimento» afferma la Casa Bianca.

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Marketing: «le decapitazioni giovano ai terroristi che le praticano»

Giovano a terrorizzare i nemici, attirano volontari jihadisti ed aiutano il Califfo a consolidare il potere: sono gli aspetti delle decapitazioni che ne fanno un’arma efficace nelle mani dello Stato Islamico (Isis) di Abu Bakr al-Baghdadi, obbligando i Paesi che hanno dei cittadini in ostaggio ad affrontare le crisi in maniera assai diversa da quanto avvenuto finora.

Ad affermare che «le decapitazioni giovano ai terroristi che le praticano» è Aaron Zelin, esperto di gruppi jihadisti del «Washington Institute», secondo il quale «Isis ha conquistato Mosul, con 500 mila abitanti, perché i soldati iracheni che la proteggevano sono fuggiti alla vista delle sue bandiere nere, temendo crocifissioni, amputazioni, esecuzioni di massa ed ogni altro tipo di violenza brutale che distingue le milizie di al-Baghdadi».

Il secondo aspetto delle decapitazioni è, secondo un recente rapporto d’intelligence britannica, «l’effetto sul reclutamento dei volontari stranieri». Fra i circa 12 mila combattenti di Isis almeno 3000 sono occidentali e monitorando quanto scrivono e postano sul web, gli 007 cybernetici britannici hanno trovato frequenti riferimenti alle decapitazioni. In un caso un jihadista inglese ha postato su Instagram la foto di un miliziano di Isis circondato da teste mozzate con a fianco un falso scheletro, scrivendo a commento: «Il nostro fratello Abu B di Isis posa con i trofei dell’operazione di ieri, ma lo scheletro è falso».

Timothy Furnish, islamista dell’Università della Georgia autore del volume «Mahdi islamici, le loro Jihad e Bin Laden», parla di «effetto-choc» per descrivere «ciò che i terroristi cercano sin dagli Anni Settanta ed Ottanta» spiegando che «iniziarono con il dirottamento degli aerei, hanno continuato con gli attacchi kamikaze ed ora hanno trovato le decapitazioni» riuscendo a «massimizzare lo choc fra i nemici e il sostegno nelle regioni dove si trovano ad operare».

«La natura grafica della decapitazione, con il focus sull’individuo, ha un impatto dissacrante e violento assai più agghiacciante di un’autobomba» concorda Shashank Joshi del «Royal United Services Institute» di Londra. A differenza degli «effetti-choc» precedenti però le decapitazioni, continua Furnish, «si richiamano alle origini dell’Islam perché nella Sura 47 del Corano è scritto «quando incontri gli infedeli colpisci i loro colli» e nella Sura 8:12 si legge «colpirò nel cuore degli infedeli, levagli le teste e le punte delle dita». «È su queste basi che nell’Impero Ottomano le esecuzioni erano molto frequenti – aggiunge Fred Donner, storico dell’Islam all’Università di Chicago – così come ancor oggi l’Arabia Saudita pratica la decapitazione per le esecuzioni capitali, rifacendosi alla Sharia».

Il richiamo alle origini dell’Islam ha un valore particolare nel caso di al-Baghdadi, sottolinea Donner, perché «scegliendo per sé il titolo di Califfo si è autoindicato come successore di Maometto» lasciando intendere di voler combattere come si faceva allora.

Se questa è la cornice nella quale Al Baghdadi opera, la conseguenza per gli Stati a cui appartengono i suoi ostaggi – come nel caso della Gran Bretagna con David Cawthorne Haines – è l’«impossibilità di trattare» riassume Zelin. Se finora nei sequestri avvenuti in Afghanistan o in Iraq molti governi trattavano, magari anche pagando, ora Isis appare non interessato a tali esiti, obbligando gli Stati a esplorare «un terreno sconosciuto» conclude Zelin.

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