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Investitori affamati di oro: fin dove possono arrivare i prezzi nel 2026

Nonostante la correzione odierna, l’oro continua a bruciare record e, secondo Morgan Stanley, non ha alcuna intenzione di fermarsi. In una nota di ricerca datata 5 gennaio, gli analisi della banca Usa hanno rivisto al rialzo le proprie previsioni sul metallo prezioso, stimando un prezzo di 4.800 dollari l’oncia entro fine 2026 (questa mattina a 4.448 dollari l’oncia, in calo dello 0,91%). Una traiettoria che, se confermata, proietterebbe il bene rifugio verso nuovi massimi storici, dopo un 2025 già definito “storico”.

Lo scorso anno il lingotto ha infatti toccato un picco di 4.549,71 dollari l’oncia il 26 dicembre 2025, chiudendo l’anno con un incremento del 64%, la miglior performance annua dal 1979. Un rally innescato – secondo Morgan Stanley – da un mix di fattori macroeconomici e di politica monetaria: attese di un ciclo di tagli dei tassi da parte della Federal Reserve, un cambio di leadership alla guida della banca centrale americana, e acquisti sostenuti da parte delle banche centrali e dei fondi di investimento.

La spinta dei rischi geopolitici

Il recente scatto delle quotazioni è stato ulteriormente alimentato dallinasprirsi delle tensioni globali. L’arresto del leader venezuelano Nicolás Maduro da parte delle forze militari statunitensi ha riacceso l’incertezza sui mercati energetici e finanziari, riattivando la domanda di beni rifugio.

“La situazione in Venezuela ha chiaramente riattivato la domanda di safe haven, ma si aggiunge a preoccupazioni già esistenti su geopolitica, forniture energetiche e politica monetaria”, ha osservato Alexander Zumpfe, trader di metalli preziosi di Heraeus Metals Germany.

Vale la pena ricordare che, in contesti di stress economico e politico, l’oro tende a essere favorito dagli investitori, soprattutto in scenari di bassi tassi d’interesse, quando il costo-opportunità di detenere un asset non remunerato diminuisce.

Fed, dollaro e acquisti istituzionali al centro del rally

L’ultimo aggiornamento di Morgan Stanley segna un’ulteriore revisione al rialzo rispetto a ottobre 2025, quando la banca aveva individuato come target di prezzo dell’oro a 4.400 dollari nel 2026, citando le scommesse su un taglio dei tassi di interesse da parte della banca centrale americana, ma anche l’ indebolimento del dollaro e forti flussi istituzionali.

Il quadro resta coerente: gli ETF sull’oro sono ai massimi per afflussi, le banche centrali sono sempre più attive nello shopping mentre il dollaro statunitense è reduce da un calo del 9% nel 2025, la peggior performance dal 2017. Per la prima volta dal 1996, l’oro ha superato i Treasury USA come quota nelle riserve globali. Un segnale, quest’ultimo, che Morgan Stanley definisce “potente”, a dimostrazione della fiducia nel valore di lungo periodo del metallo.

Nel frattempo, neppure gli investitori retail restano alla finestra: la banca nota come anche i non professionali stiano aumentando l’esposizione all’oro, spinti da aspettative di ulteriore indebolimento del dollaro e da una diversificazione lontano dagli asset denominati in valuta USA.

Le altre case d’investimento: rally non lineare ma ancora vivo

Morgan Stanley non è sola a confermare un view positiva sul metallo prezioso. C’è chi si spinge oltre. Come è il caso di JPMorgan Chase ha recentemente alzato il proprio outlook, prevedendo 5.000 dollari l’oncia entro il quarto trimestre 2026 e addirittura 6.000 nel lungo termine. Secondo Natasha Kaneva, responsabile della strategia sulle commodity, il movimento non sarà lineare, ma i trend di fondo restano intatti: diversificazione delle riserve e domanda rifugio alimentata da incertezza commerciale e geopolitica. Anche ING vede spazio di crescita, indicando nel continuo acquisto da parte delle banche centrali e nelle attese di ulteriori tagli Fed i principali sostegni al mercato.

Non solo oro: argento e rame protagonisti

Pur confermando l’oro come principale scelta nel comparto materie prime, Morgan Stanley mette in luce la forza di altri metalli. È il caso per esempio dell‘argento, che ha vissuto nel 2025 un anno eccezionale, con un balzo del 147%, spinto da un deficit strutturale di offerta e da nuove regole sulle esportazioni in Cina.

Sul fronte dei metalli di base, Morgan Stanley accende i riflettori su alluminio e rame, entrambi caratterizzati da offerta limitata e domanda in crescita.Il secondo ha toccato un record di 13.387,50 dollari per tonnellata al London Metal Exchange, sostenuto dalla domanda di importazione USA e da interruzioni nelle miniere.

Rinascita dell’oro?

Sembra essere in atto una rinascita dell’oro, spiegano in una nota Thibaut Dorlet, CFA, Senior Multi-Asset Fund Manager e Johann Mauchand, Senior Fund Manager di Candriam.

“Dai dati emerge che l’oro, da asset marginale, sta diventando una componente strategica delle allocazioni a lungo termine. Fattori strutturali quali gli acquisti delle banche centrali, l’instabilità macroeconomica e la maggiore accessibilità agli investimenti continuano a rafforzarne l’attrattiva, mentre i limiti del “duo” azioni-obbligazioni si stanno riducendo. I modelli di ottimizzazione confermano questa visione: quando gli obiettivi di performance sono modesti, la combinazione di azioni e obbligazioni è sufficiente per raggiungere l’obiettivo e l’esposizione agli alternativi è naturalmente ridotta. Per contro, quando si punta a conseguire rendimenti più elevati, l’integrazione graduale di oro e CTA diventa essenziale per migliorare il profilo rischio/rendimento. La questione per il 2026 non è se detenere l’oro, ma in quale misura integrarlo su base duratura (e, più in generale, utilizzare altri metalli preziosi) come ancora difensiva e componente strategica in un portafoglio progettato per affrontare un futuro più incerto”.