Investire Esg: perché l’engagement fa bene al portafoglio

4 Giugno 2019, di Alessandro Piu

Investire secondo i criteri Esg non è una moda del momento ma uno stile di investimento che riscuote successo. Le strategie che impiegano l’engagement, in particolare, sono molto apprezzate. Tendono a ridurre i rischi per le imprese e a migliorare le performance dei portafogli di investimento

Comprereste dei mobili per la vostra casa sapendo che sono prodotti da persone ridotte in stato di schiavitù? Potreste averlo fatto senza saperlo. Come è probabilmente capitato, nel 2016, ai clienti di Next e John Lewis, due marchi dell’arredamento britannico, a loro volta clienti del fabbricante Kozee Sleep. Il proprietario di quest’ultima, nel gennaio 2016, è stato dichiarato colpevole di tratta di esseri umani.

Se il cuore non vi guida potrebbe farlo il portafoglio. Ricordate lo scandalo delle emissioni Volkswagen nel 2015? O il disastro ambientale della Deepwater Horizon, la piattaforma petrolifera di Bp esplosa e affondata nel 2010? Il produttore di auto ha messo in conto costi per 18 miliardi di euro, il petroliere inglese ha sostenuto costi per 62 miliardi di euro.

Nelle settimane successive all’emergenza le azioni Volkswagen persero oltre 60 punti percentuali in Borsa, quelle di Bp scesero di oltre il 50%. È vero che oggi hanno pienamente recuperato e superato i livelli di quotazione precedenti le crisi ma è altrettanto vero che gli investitori avrebbero volentieri evitato questo viaggio all’inferno e ritorno.

La forza dell’engagement

Esiste una parola italiana che ben definisce il concetto di “engagement”, termine che sta diventando molto di moda nel mondo degli investimenti, è impegno.

“I gestori di un fondo comune che praticano una strategia di engagement – spiega Thomas Hassl, senior asset e responsabile degli investimenti di Bmo Global AM – si impegnano a instaurare con le aziende in cui investono un dialogo su una serie di questioni di sostenibilità o di governance aziendale, oltre a utilizzare il diritto di voto nelle assemblee degli azionisti. Nel 2018 Bmo ha lavorato al fianco di 665 società in 46 paesi. Il risultato sono stati 237 casi di successo nell’ambito dei quali sono stati messi a segno miglioramenti sul piano delle politiche e delle pratiche Esg”.

Apple, Novartis e Toyota sono tre grandi nomi che hanno deciso di cambiare alcune loro politiche aziendali in seguito all’influenza esercitata dai gestori “a partecipazione attiva”. La prima ha migliorato gli standard di impiego della forza lavoro, la seconda ha messo a disposizione dei Paesi con basso reddito un portafoglio di medicinali al prezzo di un dollaro, la terza ha aperto il suo cda anche agli amministratori indipendenti.

Il rendimento dell’engagement

Tutto bene, bello. Ma se poi non me ne viene in tasca nulla? L’obiezione è sensata e trova risposta in una mole crescente di dati sulla riduzione del rischio e sulla sovraperformance che queste strategie riescono a ottenere.

Una ricerca pubblicata dall’European corporate governance institute “Shareholder engagement on environmental, sociale and governance performance”  evidenzia che “il successo in un’attività di engagement influisce positivamente sulla crescita delle vendite aziendali”.

Le aziende considerate nello studio firmato da Tomas Barko, Martjin Cremers e Luc Renneboog hanno registrato una sovraperformance sulle vendite del 2,7% nei sei mesi successivi all’avvio di attività di engagement per le imprese che già godevano di buoni rating Esg (sostenibilità ambientale, sociale e di governance aziendale) e del 7,5% in un anno per le aziende con rating Esg più deboli.

“Le imprese meno virtuose – spiega Hassl – che trascurano le questioni sociali o ambientali, si espongono al rischio di incorrere in una serie di costi, quali sanzioni, interruzioni della catena di approvvigionamento, controversie sindacali o predita di reputazione”.

Proprio come accaduto a Next e John Lewis che, dopo la brutta esperienza, hanno aderito all’engagement proposto da Bmo Global AM prendendo misure per proteggere dallo sfruttamento i lavoratori coinvolti nella catena di fornitura impiegando i propri team locali per effettuare controlli diretti.